mercoledì, febbraio 21

Burundi: le Nazioni Unite finanziano la Radio Hutupower Si tratta di Buntu, che trasmette dalla cittadina di Buye. Ed è di proprietà di Denise Nkurunziza, la moglie del dittatore burundese

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La decisione presa dal UNFPA (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione) di finanziare la radio televisione privata Buntu che trasmette dalla cittadina di Buye, provincia di Ngozi ha sollevato un coro di proteste e indignazione tra la comunità internazionale. L’emittente radio televisiva è di proprietà di Denise Nkurunziza, la moglie del dittatore burundese. La sede a Buye non è casuale. La provincia di Ngozi è il feudo della corrente estremistica Hutupower del CNDD-FDD.  Il finanziamento è modesto: 106 milioni di Franchi Burundesi (49.000 Euro), ma permetterà di acquistare le attrezzature necessarie per ampliare il segnale su gran parte del territorio nazionale.

Secondo un tweet del responsabile UNFPA Pierre K. Konan, il finanziamento permetterà di raggiungere la popolazione rurale burundese per sensibilizzarla sui matrimoni precoci, rischi di gravidanza infantile, prevenzione del HIV/AIDS. Il UNFPA, che in Burundi si concentra nella promozione della pianificazione familiare, giustamente considera le radio comunitarie come il miglior canale di sensibilizzazione della popolazione in quanto riescono  a raggiungere anche le aree rurali più remote, ma il finanziamento a Radio Buntu è un’operazione ad alto rischio.

Secondo Innocent Muhozi, Presidente dell’Osservatorio Burundese della Stampa, il finanziamento è inspiegabile quanto oltraggioso visto l’attuale situazione politica del Paese. RTV Buntu è sospettata di essere uno strumento di propaganda del regime Hutupower. Tra il secondo semestre 2015 e dicembre 2016 il regime ha distrutto i media indipendenti tentando di rafforzare quelli fedeli al governo. Radio Populaire Africaine, Radio Insanganiro, Radio Bonesha FM sono state chiuse. Alcune delle loro sedi saccheggiate. I siti dei quotidiani online Iwacu, Ikiriho e Bujumbura News oscurati.

Molti giornalisti sono stati assassinati o costretti all’esilio. Chi rimane nel Paese svolge il suo servizio di informazione clandestinamente con quotidiano rischio di vita. RTNB (Radio Televisione Nazionale Burundese) ha subìto una violenta decimazione di giornalisti, direttori e cameraman contrari al regime. Queste drastiche misure sono state necessarie per rendere difficile informare su cosa realmente succede in Burundi e per permettere al regime di offrire alla popolazione e all’esterno una versione dei fatti unilaterale, nascondendo i crimini contro l’umanità e i piani genocidari.

«La realtà è che una Agenzia delle Nazioni Unite ha accettato di finanziare una Radio di propaganda del presidente e di sua moglie. Una radio che appartiene a coloro che hanno distrutto i Media indipendenti, i partiti di opposizione, le associazioni e la società civile. È opportuno ricordare che la Corte Penale Internazionale sta indagando sui crimini contro l’umanità commessi in Burundi da queste persone. Finanziare Radio Buntu equivale favorire la propaganda di regime. Un vero e proprio compromesso con delle persone accusate di gravissimi crimini» denuncia Innocent Muhozi.

Grazie al finanziamento UNFPA, Radio Buntu ben presto potrà coprire l’intero territorio nazionale e assieme a RTNB sarà un potente mezzo di propaganda del regime. Anche il controllo delle trasmissioni sarà reso difficile in quanto è utilizzata la lingua nazionale: il Kirundi. Questo costringerà l’Agenzia UNFPA ad affidarsi di traduzioni del palinsesto fatte da parte del suo personale burundese. Traduzioni che hanno alte probabilità di essere menzognere per paura del regime o per collaborazione.

Il finanziamento è ancora più incomprensibile dopo la tragica esperienza di Radio Mille Colline (la Radio del Genocidio) in Rwanda nel 1994. Il rischio che Radio Buntu si trasformi in una Radio Mille Colline burundese è altissimo, considerando che la situazione nel Paese sta peggiorando. Il rischio di genocidio non è assolutamente passato (contrariamente a quanto  recentemente affermato dall’attivista della società civile Pierre-Claver Mbonimpa in una intervista a Jeune Afrique).

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