venerdì, febbraio 23

Burundi, la Chiesa Cattolica è unita contro il regime? Profonda spaccatura nel Paese tra il clero che intende promuovere le direttive di pace e fratellanza di Papa Francesco e il clero che sostiene ancora Nkurunziza

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Dal marzo 2016, a seguito dell’incontro tra il Santo Padre e il Presidente ruandese Paul Kagame, la Chiesa Cattolica ha radicalmente cambiato politica nella Regione dei Grandi Laghi. Ammettendo per la prima volta in modo inequivocabile la piena partecipazione del clero cattolico al genocidio in Rwanda del 1994 e chiedendo relativo perdono, Papa Francesco ha voluto interrompere 59 anni di collaborazione tra Chiesa Cattolica e le forze razziali HutuPower della regione. Una collaborazione sorta con il manifesto ideologico del riscatto delle masse contadine Hutu dalla nobiltà Tutsi, scritto dai Padri Bianchi nel 1957 (Manifesto Bahutu) e firmato da intellettuali hutu ruandesi di area cattolica, tra i quali il futuro dittatore Juvenal Habyrimana.

Un manifesto che si basa su una revisione storica creata artificialmente dai Padri Bianchi che per tutto il periodo coloniale belga avevano appoggiato l’elite tutsi considerando gli hutu come dei ‘buon selvaggi’, grandi lavoratori, ma incapaci di aiutare nella gestione amministrativa coloniale. Una volta giunto al potere, tramite colpo di Stato, Juvenal Habyrimana si baserà sul Manifesto Bahutu per instaurare una feroce dittatura razziale benedetta dalla Chiesa Cattolica che porterà al genocidio del 1994.

Papa Francesco, durante l’incontro con Paul Kagame, ha promesso una radicale svolta nella politica estera del Vaticano nella regione dei Grandi Laghi. Dalla collaborazione con l’ideologia etnica HutuPower si passa ad una promozione dell’integrazione sociale ed economica della regione, combattendo tutti i regimi che siano di ostacolo a questo progetto. La promessa di Papa Francesco è stata attuata in pieno nella Repubblica Democratica del Congo, dove la Chiesa Cattolica è l’unica forza morale e politica credibile che si oppone ai piani del dittatore Joseph Kabila per la ‘presidenza a vita’.

Diversa la situazione in Burundi. Dal massacro delle tre suore italiane a Kamenge, Bujumbura (settembre 2014) la Chiesa Cattolica è entrata in collisione con il regime HutuPower del dittatore Pierre Nkurunziza, fino allora sostenuto dalle forze cattoliche burundesi e internazionali in quanto da loro considerato un politico ‘moderato’. Nonostante Papa Francesco abbia dato indicazioni al clero burundese di seguire la nuova politica di integrazione e pace, si notano chiare resistenze dei falchi, che sembrano non intenzionati ad abbandonare le loro simpatie per il regime e per la causa di supremazia razziale che professa.

Prendendo spunto dalla intervista al Vescovo di Muyinga, Jachim Ntahondereye, eletto nel dicembre 2016 Presidente della Conferenza episcopale burundese, pubblicata su ‘Vatican Insider’ il 03 ottobre scorso, pubblichiamo un intervento di un attivista hutu burundese per I diritti umani, in esilio in Uganda dal settembre 2016. Jerhome B. ci chiede di proteggere la sua identità per evitare rappresaglie alla parte dei suoi familiari rimasta in Burundi.

Sono un hutu burundese rifugiato a Kampala dal settembre 2016. Parte della mia famiglia è ancora in Burundi. Sono stato costretto a fuggire dal mio Paese in quanto mi sono opposto ai piani di egemonia razziale e politica del CNDD-FDD e del Presidente Pierre Nkurunziza, divenuto usurpatore della democrazia. E’ mia ferma convinzione che il Vescovo Ntahondereye nell’intervista rilasciata abbia offerto una visione non conforme alla drammatica realtà del Burundi. Una visione che nasconde un velato appoggio al regime che ancora alti esponenti burundesi della Chiesa Cattolica gli offrono nonostante il messaggio di pace di Papa Francesco. Ci tengo a sottolineare che, a differenza di quello che pensa Nkurunziza, nel Burundi del 2017 la popolazione rifiuta di categorizzarsi come hutu e tutsi. Ho specificato intenzionalmente le mie origini non per convinzione etnica (assurda e anacronistica), ma per evitare che quanto sto per affermare sia bollato come ‘propaganda tutsi’.

Nell’intervista il Vescovo Ntahondereye annuncia la nuova iniziativa di pace promossa dalla Chiesa Cattolica. Iniziativa che tende a promuovere un dialogo tra le parti belligeranti al fine di spezzare la catena di violenze che attanaglia il nostro Paese dal momento in cui il Presidente Pierre Nkurunziza decise di non rispettare la volontà del suo popolo e la Costituzione, accedendo ad un terzo mandato presidenziale. Questa lodevole iniziativa della Chiesa Cattolica non è stata sufficientemente discussa con le forze vive dell’opposizione e per questo rischia di trovare resistenze da parte di vari settori dell’opposizione politica e della società civile, di cui, ricordiamoci, la maggioranza dei leader sono stati costretti all’esilio o sono stati barbaramente uccisi.

Personalmente trovo questo appello al dialogo tardivo e fuori contesto, sopratutto dopo che la Commissione delle Nazioni Unite, e Amnesty International hanno chiarito oltre ogni ragionevole dubbio la natura criminale e genocidaria di Pierre Nkurunziza e del parito illegalmente al potere, il CNDD-FDD, sorretto da bande armate quali le Imbonerakure e le milizie ruandesi FDLR.

Sono due anni che l’opposizione sta tentando di offrire una possibilità di dialogo ricevendo in risposta esecuzioni extragiudiziarie e persecuzioni inaudite. Ora non si tratta più di dialogare ma di fermare un regime riconosciuto a livello internazionale come responsabile di gravi crimini contro l’umanità. Un regime che sta andando verso l’attuazione del piano genocidario già pianificato nei minimi dettagli fin dal 2014.

Non intravvedo alcuna possibilità che le vittime (l’intera popolazione) possano dialogare con I carnefici senza correre il rischio di riconoscere la  legittimità dei criminali che da due anni e mezzo stanno macellando il loro stesso popolo. L’unico dialogo possibile è quello tra le forze vive e democratiche del Paese dopo che il regime e il dittatore siano stati rimossi dal potere e messi dinnanzi alle loro responsabilità storiche. Per loro scelta essi da tempo hanno rifiutato di essere  interlocutori politici, assumendo il ruolo di sanguinari despoti. L’unica risposta possibile alla loro violenza è l’aula di Tribunale presso la Corte Penale Internazionale.

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