lunedì, ottobre 23

Brasile: Oltre l’orizzonte il ritorno alla crescita

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Si è tenuta proprio ieri 10 Maggio l’udienza sul caso di corruzione più importante nella storia del Brasile. Il leader del PT brasiliano (Partito dei Lavoratori), Inacio Lula, accusato di essere il principale artefice del caso ‘Petrobas‘, ha subito 5 ore di interrogatorio alla corte presidiata dal giudice Sergio Moro. La procura dove si è tenuta l’udienza si trova nella città di Curtiba, la capitale dello Stato del Paranà, dove il Partito dei Lavoratori non sembra aver riscontrato una notevole simpatia tra i cittadini. La sinistra brasiliana si è mobilitata, mostrandosi coesa nella difesa di Lula, il quale, al termine dell’udienza, ha dichiarato pubblicamente davanti a centinaia di suoi simpatizzanti, secondo quanto riportato dalle agenzie, di prepararsi alla candidatura per le prossime elezioni presidenziali.

Lula è stato accusato di corruzione, un virus che ha decisamente infestato il Paese, trascinandolo in una profonda crisi sociale e politica, acuita da una spaventosa recessione economica che il Paese sta affrontando da quasi tre anni. Il Governo di Michel Temer, screditato agli occhi della popolazione, non gode affatto di credibilità e sta introducendo delle riforme radicali e rigide che accendono la rabbia del popolo brasiliano. Il 28 Aprile, infatti, si è verificato uno sciopero generale contro la riforma del lavoro e delle pensioni, tematiche molto delicate in un Brasile reduce da una crisi economica così importante. Lo sciopero ha letteralmente paralizzato il Paese, esasperando l’attuale stato di crisi brasiliana. Il giorno seguente, 29 Aprile, lo sciopero si è trasformato in un’ondata di manifestazioni che ha pervaso ben 26 Stati del Paese. Le città di San Paolo e Rio de Janeiro erano nel panico totale, le principali strade urbane erano bloccate e le forze dell’ordine solamente risalendo a violenti percosse sono riusciti a ristabilire la calma apparente.

Solo 2 giorni fa, il 9 Maggio, nella città di Manaus è stato decretato lo Stato d’Emergenza Sociale dovuto all’arrivo di profughi venezuelani in fuga dall’autoritario governo di Nicolas Maduro. Gli scontri ripresi tra le organizzazioni criminali nella disputa di traffici illegali aggravano ulteriormente la situazione di un Paese in difficile via di ripresa. Ma Loris Zanatta, professore di storia dell’America Latina all’Università di Bologna e autore per l’ISPI del ReportLatin America at a Crossroads‘, si dimostra ottimista e ci assicura che… il Brasile in realtà stia vivendo una fase di transizione di cui si vedrà l’esito alle prossime elezioni. Non si tratta di un Paese sull’orlo dell’esplosione e non ha nulla a che vedere con la crisi del Venezuela“.

Quanto e come il problema del narcotraffico incide sulla situazione politica e sociale del Brasile oggi?

Io direi che sicuramente influisce su alcune regioni, come nella parte meridionale, la cosiddetta triplice frontiera, dove si trovano dei gruppi organizzati di grande rilevanza. Il narcotraffico però non mi sembra il problema maggiore del Brasile in questo momento, pur essendo un problema grave, e non credo che il Brasile rappresenti uno dei casi più gravi in America Latina, basta pensare a Paesi come il Messico, il Venezuela o anche la vicina Argentina, dove effettivamente nell’ultimo decennio il narcotraffico è diventato un fenomeno veramente pericoloso. In Brasile semmai è problematico l’eventuale nesso fra la corruzione dilagante e il crimine organizzato. Quest’ultimo non è un problema specifico brasiliano, ma oramai è un problema universale.

Qual è ad oggi la situazione del Brasile?

Bisogna considerare che oggi il Brasile sta vivendo la più grande recessione economica della sua storia, si è verificato uno sciopero generale, sono state attuate delle misure socio-economiche molto discusse, senza dimenticare il caso della corruzione dell’ Odebrecht, una grandissima impresa brasiliana che ha causato un circolo di corruzione enorme in tutta l’America Latina. Dobbiamo anche considerare che il prossimo anno ci saranno le elezioni e il Paese passerà attraverso una riforma politica.

Sono a rischio la democrazia e la stabilità economica del Paese?

Per quanto riguarda la democrazia, i sostenitori del partito dei lavoratori hanno a lungo sostenuto la tesi secondo la quale in Brasile ci sarebbe stato un colpo di Stato sfociato nell’impeachment della Presidente Dilma Rousseff. A tal proposito non mi sento di condividere assolutamente questa teoria. Penso invece che l’accusa di colpo di Stato sia frutto della polemica politica molto accesa, non dimentichiamo che il Presidente attualmente in carica, Michel Temer, era stato eletto come vice Presidente della Rousseff, e che su entrambe pesa l’enorme sospetto di essere stati finanziati durante la campagna elettorale in maniera illecita, ma di questo se ne stanno occupando i giudici. Nonostante la politica brasiliana abbia subito un logoramento molto significativo, io penso che non vi sia stato assolutamente alcun golpe, anzi il fatto che sia uscita in modo costituzionale da una grave crisi politica è testimone della solidità della democrazia. Nel 2018 il Brasile andrà al voto presidenziale e in tal occasione credo che il Paese ritornerà alla sua piena normalità costituzionale.

Per quanto riguarda la situazione economica, negli ultimi tre anni il Brasile ha vissuto la più grave recessione della sua storia. E’ quindi ovvio che il Paese si trovi in una situazione molto delicata, di cui vanno individuate le cause e le diagnosi. Ovviamente ve ne sono diverse tra di loro, e vanno inoltre prese delle misure. Se i provvedimenti adottati in questo momento siano quelli più adeguate è naturalmente discutibile, ma rimane comunque certo il fatto che, dopo tre anni, oggi il Brasile sta per la prima volta uscendo dalla recessione economica, una crisi che ha significato alta disoccupazione, insieme a tracollo sociale ed economico di grande portata.

Gli episodi di violenza in Brasile non sono pochi. Basta pensare agli scontri violenti tra manifestanti e forze, manifestazioni contro la corruzione dei politici e delle Autorità. Il 4 Maggio è stato introdotto lo stato d’emergenza sociale, dovuto all’arrivo dei profughi venezuelani in fuga dall’autoritarismo del Premier Maduro. Come influenzano la stabilità del Paese queste dinamiche?

Lo Stato d’emergenza sociale è stato indetto nella regione della Amazonas, a Manaus, stiamo parlando di un’area molto particolare, che confina con l’Amazzonia venezuelana. Chi conosce un po’ il Brasile sa che si tratta di una situazione assolutamente eccezionale e di uno Stato minore, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della democrazia. Tale soluzione è però molto importante, in quanto risulta strettamente legata all’enorme problema venezuelano, che ha ovviamente degli effetti e delle ricadute sui Paesi vicini. Lo stato di emergenza sociale a Manaus è un problema molto concentrato e particolare, ma non bisogna pensare che l’intero Brasile patisca una situazione di emergenza sociale come quella decretata nell’Amazzonia, non è così.

Quello che succede nel resto del Brasile è distinto. Il Governo ha una nascita ovviamente discussa e discutibile, e gode di bassissima popolarità. Al tempo stesso però sta introducendo delle riforme di tipo strutturale molto ambiziose, che toccano alcuni elementi fondamentali della struttura socio-economica del Paese. Ovviamente questo genera delle resistenze, si sono verificati degli incidenti, degli episodi di violenza, soprattutto alla fine dello sciopero generale, ed è anche vero che in Brasile da 20 anni a questa parte di scioperi generali non ce ne erano stati. Bisogna prendere in considerazione tutte queste dinamiche e dar loro il giusto peso. La storia brasiliana non ha visto conflitti sociali violenti, come il Messico o l’Argentina.

Solitamente il Brasile è un Paese di mobilitazioni molto più limitate e di scarsa violenza, per fortuna. I tumulti sociali registrati ultimamente si riferiscono più che altro ad alcuni settori sempre esistiti e molto minoritari. In un Paese reduce della più profonda recessione economica della sua storia, dove la disoccupazione è salita enormemente, il tasso d’inflazione è cresciuto, dove ci sono delle enormi rigidità nel sistema pensionistico, dell’impiego pubblico e del mercato del lavoro, nel complesso non c’è alcun dubbio che andare a toccare determinati aspetti o tematiche risulta essere molto delicato e scatena quindi fisiologiche e normali reazioni. Io penso comunque che, per quanto in uno Stato di agitazione sociale comprensibile, il Brasile in realtà stia vivendo una fase di transizione di cui si vedrà l’esito alle prossime elezioni. Non si tratta di un Paese sull’orlo dell’esplosione e non ha nulla a che vedere con la crisi del Venezuela.

Qual è il ruolo delle forze dell’ordine in un panorama socio-politico così instabile e corrotto?

Ovviamente in un Paese com’è noto dalle grandi disuguaglianze ed esclusioni sociali, la corruzione delle forze dell’ordine è molto più elevata che altrove. Queste ricorrono molto spesso a metodi illegali e di repressione, e in molti casi la loro corruttibilità le pone con un piede nella legalità e uno nell’illegalità. Questo però non è un fenomeno di oggi, ma risale a tempi antichissimi e se lo guardiamo in una prospettiva storica, nonostante tutte le illegalità e le violenze commesse ancora oggi, soprattutto nelle grandi città dalle polizie locali, il Brasile ha fatto dei passi in avanti verso una professionalizzazione, anche se c’è ancora molta strada da fare.

Il tumulto e l’instabilità socio-politica di un Paese del Sud America così importante quali ripercussioni può avere a livello regionale?

Tutto quello che avviene in Brasile ha ovviamente dei grandi riflessi nel resto dell’America Latina, e gli effetti si sono già visti. Un Paese così grande come il Brasile è traino di tutte le economie vicine. La recessione economica brasiliana, che ha comportato una perdita economica del 3-8% due anni fa, e del 3-6% l’anno scorso, ovviamente ha avuto dei riflessi negativi sull’economia dei Paesi vicini, che mantengono nel Brasile uno dei propri mercati più importanti. Uno degli effetti della crisi, o una delle cause per essere più precisi della crisi, non solo economica, ma direi anche morale e politica brasiliana, è l’esplosione di molti casi di corruzione, anzi dall’emersione di un vero e proprio sistema di corruzione. Una grande impresa multinazionale, l’ Odebrecht, per esempio, aveva ottenuto commesse illegali in quasi tutti i Governi dell’America Latina, dal Messico a Cuba. Aveva quindi generato un’ondata di corruzione che ha avuto degli effetti di destabilizzazione non solo economica, ma ancor più politica in molti Paesi vicini. L’ effetto della crisi brasiliana oggi nel resto del continente non è tale da creare una destabilizzazione di tipo politico. Il Brasile rimane un regime politico liberal democratico, e nessuno mette in discussione che debba rimanere tale. Non è una crisi alla Venezuela, dove, invece, è presente un regime politico che vuole transitare verso un altro tipo di regime politico che non ha più nulla di democratico . Se però il Brasile riesce ad uscire dalla recessione, come pare ci dicano i dati economici, e se riuscirà ad uscire da questa crisi politica, quando si arriverà alle urne nel 2018 sarà molto interessante e affascinante vedere come si organizzeranno i partiti, qualora se ne formeranno dei nuovi, com’è probabile che sia. Il Brasile può tornare ad essere il Paese di tre o quattro anni fa, un esempio virtuoso per gli altri Paesi dell’America Latina. Non bisogna soffermarsi a questo momento specifico.

La recessione economica insieme agli scandali di corruzione hanno creato un’instabilità brasiliana momentanea. Sono solo queste due le cause che ad oggi generano un’instabilità socio-politica interna?

Si, naturalmente queste sono due cause che vanno a loro volta spiegate. Per esempio, rispetto alla la corruzione, male di tutti i regimi politici, il problema è quando questa diventa la regola, anziché l’eccezione, e a sua volta il sistema non reagisce, e la magistratura non è libera e indipendente di per intervenire. In Brasile la corruzione era diventata sicuramente la regola, ma per fortuna nel Paese c’è lo Stato di Diritto e la magistratura è intervenuta.

Perché c’era tanta corruzione?

Naturalmente il problema è conducibile a mille fattori, a partire dalla disonestà di tanti uomini, però la natura del sistema politico è uno dei problemi strutturali brasiliani, ovvero un sistema molto primitivo, straordinariamente spezzettato. Ogni Governo, quindi, nella fattispecie è stato quello del partito dei lavoratori, per avere la maggioranza ha bisogno ogni volta di negoziare in una specie di mercato. Il negoziato è così complesso e comprende così tanti piccoli attori con posizioni di rendita e capacità di veto, che spesso incoraggia la corruzione. Non c’è dubbio che il Brasile abbia bisogno di una riforma del sistema politico che lo semplifichi e che ponga degli sbarramenti affinché gli attori politici siano più coesi e meno spezzettati.

Che cosa invece ha generato la recessione economica?

Personalmente ritengo che sia dalla parte del giusto chi osserva che il Brasile, come tutto il resto dall’America Latina, ha attraversato 10-15 anni di straordinaria prosperità, in gran parte favorita dalla congiuntura internazionale molto favorevole. Purtroppo, però, soprattutto durante la presidenza di Rousseff, invece di mettere a frutto questa straordinaria prosperità, e introdurre delle riforme graduali e di tipo strutturale di cui il Brasile ha bisogno, il Governo si è un po’ ‘seduto sugli allori’. Il Brasile è un Paese dove la produttività è ancora bassa, il tasso d’investimento è basso, la spesa pubblica è eccessiva e inefficiente, il mercato del lavoro è rigido e quindi poco in grado di attrarre investimenti esteri; delle riforme sono necessarie. Appena è cambiata la congiuntura economica internazionale, con il crollo dei prezzi delle materie prime, di cui il Brasile è grande esportatore, il Paese è entrato in una spaventosa recessione. ll Governo attuale sta facendo delle politiche molto radicali nel sistema pensionistico, nel mercato del lavoro, che sono misure probabilmente necessarie, ma che si sarebbero dovute applicare al momento giusto, ovvero quando la congiuntura economica era favorevole, e in maniera molto più graduale, per renderle meno dolorose. Il mancato coraggio di ieri equivale alla radicalità delle riforme di oggi.

Qual è la situazione dal punto di vista sociale?

E’ noto che il Brasile è un Paese tra i più diseguali al mondo. La diseguaglianza in Brasile ha radici antiche, stiamo parlando di un ex-colonia portoghese che fino al 1888, quindi a un’epoca tutto sommato relativamente recente, ha avuto la schiavitù. Si tratta di un Paese dalle fratture interne di tipo etnico, culturale, geografico e sociale, enormi. Negli ultimi 20 o 30 anni c’è stata, però, una straordinaria trasformazione sociale, grazie alla forte crescita economica dell’ultimo ventennio, ripeto determinata dalla congiuntura internazionale molto favorevole e da politiche di distribuzione della ricchezza attuate dai primi Governi di Lula, rese a loro volta possibili dalle riforme di mercato introdotte precedentemente da Fernandez Cardoso, senza le quali probabilmente tutta la crescita economica degli anni 2000 non ci sarebbe stata.

In Brasile circa 25 milioni di persone sono uscite dalla povertà, circa altre 25 milioni che erano appena al di sopra della soglia della povertà sono diventate ceto medio, e quindi con una maggior capacità di consumo, di benessere e di prosperità. La trasformazione sociale brasiliana ha inevitabilmente comportato delle aspettative maggiori, le persone vogliono migliori servizi sociali, più inclusione, delle istituzioni più trasparenti e meno corrotte, basta pensare alle proteste contro le enormi spese relative ai campionati di calcio o alle Olimpiadi del 2016. E’ ovvio che questa grande trasformazione ha aumentato le aspettative di gran parte della popolazione, e quando il Paese è entrato in una tremenda crisi economica, i costi si sono sentiti. La disoccupazione dal 5% è salita al 14%, ed è ovvio che là dove non c’è lavoro, non c’è salario, dove non c’è salario non c’è consumo e c’è delusione e frustrazione. Ognuno, giustamente, si lamenta per quello che si aspettava di avere e non riesce più ad ottenere. La crisi economica si è inevitabilmente tradotta in una crisi sociale e le riforme che vengono adottate hanno l’obiettivo di far tornare a crescere l’economia del Paese.

La corruzione, la violenza, la sfiducia popolare nelle istituzioni, l’insicurezza sociale, la crisi. Lei crede che il Paese sarà in grado di affrontarle in maniera autonoma? Un sostegno internazionale potrebbe aiutare il Paese a raggiungere più rapidamente la sua stabilità?

Il Brasile è un Paese di dimensioni tali che, francamente, è padrone del su destino, ci sono più di 200 milioni di abitanti, ed è tra la settima e la nona posizione nella classifica del PIL mondiale. C’è un’importante classe dirigente, un ceto medio istruito e straordinariamente forte. Il Paese ha delle importanti ricchezze, e può quindi contare su se stesso, affrontando da solo questi problemi, anche perché non vedo chi possa assisterlo. Semmai è il Brasile che deve svolgere un ruolo chiave nella risoluzione delle crisi dei Paesi più vulnerabili, come il Venezuela, dove anche oggi sta giocando un ruolo abbastanza costruttivo, e questo vale anche per altre crisi regionali. Il Paese ha la forza e la capacità per uscire da solo dall’attuale crisi, e sarà meglio che lo faccia da solo, perché è come gli USA, la Russia o la Cina, cioè di dimensioni tali per cui se non si salva da solo, nessuno può salvarlo.

Oggi il Brasile si può definire un Paese sicuro?

A livello di sicurezza esterna, la politica estera brasiliana non si può dire che abbia dei seri problemi di sicurezza. Il Brasile è di gran lunga il Paese egemone della regione e intorno a sé non ha Paesi nemici, anzi, l’integrazione latinoamericana, pur con tutti i sui limiti, ha fatto passi in avanti. E’ certo però che ci sono dei punti deboli connessi anche alla sicurezza interna. Per esempio, la crisi venezuelana può avere dei riflessi regionali. Il Venezuela, diventando uno Stato fallito, genera una situazione di disastro sociale con degli effetti importanti, come l’emigrazione della popolazione venezuelana verso l’Amazzonia brasiliana.

Tale crisi destabilizza i Paesi vicini, basta pensare ai venezuelani che fuggono in Colombia, un Paese enormemente cresciuto, ma comunque in via di sviluppo. Le grandi emigrazioni dal Venezuela sicuramente comporterebbero degli effetti regionali di cui il Brasile non potrebbe disinteressarsi. L’altro grande punto relativo ala sicurezza esterna è la triplice frontiera, cioè la zona a sud del Brasile, al confine con l’Argentina e con il Paraguay. E’ noto che rappresenta da molto tempo una zona dove si verificano e si mescolano diversi tipologie di traffici illegali, dal contrabbando, al narcotraffico, al terrorismo internazionale. Nella triplice frontiera ci sono, infatti, comunità di origine araba, e in passato ci sono stati alcuni indizi, o alcune prove a dir la verità, che testimoniavano il finanziamento di alcuni gruppi alle cellule dell’ISIS, o ancor prima di Al-Qaeda. Questa è ovviamente un’altra zona di preoccupazione.

A livello di sicurezza interna, il Brasile è una società molto violenta e con delle terribili divisioni sociali, per quanto si siano attenuate con una straordinaria storia di mobilitazione sociale ascendente. Ora, quanto più cresce la crisi sociale ed economica -com’è stato durante la recessione degli ultimi due anni- tanto più diminuisce la capacità dello Stato di esercitare un controllo legale sulla violenza interna. E quindi la violenza interna, intesa come violenza sociale e violenza criminale- non ci sono dei confini precisi tra i due fenomeni- negli ultimi anni sicuramente è cresciuta ed è un problema strutturale del Brasile, ma lo è sin da quando il Brasile esiste.

Qual è secondo lei la soluzione per un Brasile più sicuro e più stabile?

Secondo la mia opinione, il Brasile deve riprendere il cammino che aveva intrapreso. Devono essere introdotte delle riforme socio-economiche che consentano al Brasile di tornare a crescere in maniera forte. Quando si è registrata una crescita economica a ritmi molto sostenuti, il Paese ha creato maggiore benessere e occupazione, creando nuovi posti di lavoro ben pagati. La soluzione non è tanto la distribuzione di risorse da parte dello Stato, in quanto avviene forma assistenziale, ma è creare posti di lavoro, perché è quest’ultimo che crea prosperità.

Il primo obiettivo è dunque quello di tornare a crescere, questo richiede delle riforme. Il Governo attuale le sta introducendo, ma si tratta di un Governo straordinariamente impopolare, e questo è un enorme problema, dal momento che un conto è se delle riforme dolorose le introduce un Governo che gode di ampia legittimità, che è stato eletto e che gode di maggioranza nel Paese, un conto è se le riforme vengono introdotte da un Governo di transizione, per di più nato dalla corruzione e che gode di un tasso minimo di accettazione nel Paese, quasi nullo. Si è, infatti, visto come queste riforme non godano del necessario sostegno sociale.

La seconda soluzione, e ne sono fermamente convinto, si basa sul fatto che la crescita e lo sviluppo di un Paese risiedano nelle buone istituzioni. Le ricchezze e le risorse di un Paese risultano essere inutili se non ci sono delle istituzioni efficienti, affidabili, credibili e democratiche su cui basarsi. Per avere delle buone istituzioni il Brasile ha bisogno di una riforma politica, che sia in grado di semplificare il suo ordine politico, e di questo le maggior forze politiche brasiliane ne sono consapevoli. Il sistema politico brasiliano, così spezzettato, è totalmente inadeguato per un Paese che oramai è uno delle grandi potenze del mondo. Il Brasile, rispetto al passato, ha fatto degli enormi passi avanti, pertanto non può più sorreggersi su di un sistema politico così primitivo.

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