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Boito, un artista immeritatamente sottovalutato

Scrittura poetica e struttura musicale non spiegano l'oblio del librettista-compositore

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“Della Traviata potremmo anche fare a meno, del Mefistofele no” diceva George Bernard Shaw certificando l’unicità di un’opera che ha conosciuto solo estimatori o detrattori, e che di certo non lascia indifferenti. Arrigo Boito aveva 26 anni quando la propose sotto la sua direzione, per la prima volta, alla Scala e l’insuccesso fu clamoroso, tanto che per i disordini creatisi la direzione del teatro fu costretta a ritirarla dopo solo due recite (era il 1868). Il successo duraturo arrivò, invece, sette anni dopo, quando, riproposta nella wagneriana Bologna con significativi cambiamenti, tagli di atti, modifiche di ruoli (Faust originariamente era baritono e fu adattato alla corda tenorile), aggiunte di pagine, l’opera entrò stabilmente nel repertorio divenendo cavallo di battaglia di grandi direttori, di grandi bassi, nonché proposta qualificante nelle stagioni di tutti i teatri.

Il Mefistofele era opera eseguitissima fino a qualche decennio fa, tanto che Nazzareno De Angelis, il grande basso italiano (forse il più grande) nella sua carriera ne aveva potute cantate ben 987 recite (nella sua superstizione sosteneva che il 13 gli portasse sfortuna e che per 13 recite non era arrivato a cantarne 1000)! Mio padre adolescente aveva assistito ad una di queste rappresentazioni in teatro a L’Aquila e me la raccontava come un’esperienza indimenticabile: “Il Mefistofele di De Angelis… il coro di bambini Sian nimbi volanti… le arie…”.

Il Boito che però raggiungerà una fama duratura ed universale non sarà il musicista, ma il poeta, anzi il librettista: la sua collaborazione con  Giuseppe Verdi per Otello e Falstaff, nonché per la revisione di Simon Boccanegra lo consacrerà, seppur relegandolo nella schiera degli ‘Scapigliati’ quasi a sminuirne il valore con l’appartenenza ad un movimento letterario e ad un genere ‘minori’. Quasi dimenticando, poi, gli altri libretti: La Falce musicato da Alfredo Catalani o Amleto per Franco Faccio, o Nerone e Mefistofele scritti per se stesso, Ero e Leandro musicato da Luigi Mancinelli e da Giovanni Bottesini, Basi e Bote, in dialetto veneziano ripreso dopo la sua morte da Riccardo Pick-Mangiagalli, oppure quello de La Gioconda scritto per Amilcare Ponchielli sotto lo pseudonimo di Tobia Gorrio, anagramma del suo nome.

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