lunedì, novembre 20

‘Blue Economy’ in Africa: strategia e coordinazione

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Sfruttare le risorse degli oceani in modo sostenibile è «la nuova frontiera della rinascita africana». Lo dice l’African Union. Occorre, però, avere consapevolezza del fatto che questo tipo di crescita avverrà soltanto se la sicurezza e la salute dei mari e degli oceani sarà ristabilita. L’Unione Africana si sta muovendo proprio in questa direzione mettendo a punto una nuova ed ambiziosa strategia; voci di disaccordo si innalzano, però, da alcuni Paesi del continente e minano la realizzazione del piano.

In questo quadro, l’Unione Europea continua ad evidenziare di poter essere di supporto affinché vi sia un miglioramento in questo settore. Come? Attraverso la cooperazione. In Africa di 54 Stati, 38 hanno frontiere marittime; in tutto si contano ben 48.000 chilometri di costa e 13 milioni di chilometri quadrati di zona marittima. I Paesi che, invece, non hanno sbocchi sul mare, fanno comunque affidamento su laghi, fiumi e sugli altri accessi agli oceani. Solo i laghi si estendono per una superficie totale di 240.000 chilometri quadrati. Già dai primi numeri è comprensibile l’importanza che il blu ha in Africa. Se poi pensiamo che il 90% del commercio africano passa per il mare, tutto è ancora più chiaro.

Le potenzialità che offre il mare sono sconfinate. Il fondale marino offre una diversità biologica e minerale tale da contribuire in maniera significativa alla prosperità dell’industria mineraria, della cosmetica, della ricerca farmaceutica e dello sviluppo in generale. Per non parlare poi del turismo costiero che genera molti guadagni, sebbene ci siano diversità tra i singoli Stati. Estremamente importante per l’Africa, è poi il settore della pesca che comprende più di 12 milioni di lavoratori, tra pescatori, allevamenti e lavoratori nell’industria di trasformazione del pesce. E’ importante sottolineare che le Nazioni africane con maggiori entrate dovute alla pesca sono meno minacciate dal pericolo di scarsità di cibo.

E’ chiaro, quindi, che le risorse marine sono qualcosa di più che significativo per l’Africa, come si legge nel report ‘Blue Economy In Africa: Initiatives, Prospects And Issues’ del servizio di ricerca del Parlamento Europeo. Peccato che gli africani non riescano a beneficiarne pienamente. I motivi sono tanti: uno di questi è la loro forte dipendenza dagli operatori esteri. Le imbarcazioni straniere, ad esempio, trasportano il 95% del carico di commercio africano e pescano almeno il 25% di tutto il pesce presente nelle loro acque. I piccoli pescatori, nonostante la poca produttività, sono parte fondamentale delle comunità dove vivono e risentono troppo frequentemente delle politiche proprie della pesca massiccia.

A causa della capacità di investimento inadeguata, poi, nessun Paese africano è impegnato in un’operazione di esplorazione dei fondali. Inoltre, non rendono migliore la situazione le mancanze di strutture portuali competitive; il tempo di permanenza di un container in Africa è di circa 20 giorni, più del doppio del tempo stimato nei porti in altre parti del mondo. La mancanza di capacità industriali ostacola lo sfruttamento delle risorse marine. Conseguentemente, puntare alla sostenibilità delle risorse è cosa alquanto difficile. E lo è ancora di più se pensiamo che la pesca illegale, non controllata e non regolare, insieme alla sottrazione delle risorse marine, privano il continente di un potenziale importantissimo di crescita. Inoltre, la biodiversità degli oceani è resa molto più fragile, un problema che è peggiorato e che sta portando a conseguenze catastrofiche sul cambiamento climatico: l’acidificazione, il surriscaldamento e i livelli crescenti di acqua. Anche la disponibilità di cibo risente inevitabilmente di tutti questi problemi: dalla pirateria all’accesso al mercato del pesce. E non per ultimo, il numero di persone le cui vite dipendono dal settore marittimo, sia per denaro che per una questione di alimentazione, crescerà sempre di più, così come la popolazione africana destinata a raddoppiare fino a raggiungere i 2.5 bilioni nel 2050. Gli oceani rimarranno sempre più intrappolati in una situazione insostenibile se qualcosa non cambierà seriamente.

A livello legislativo, la Convenzione dell’ONU sul Diritto del Mare (UNCLOS) stabilisce la necessità di tutelare la ricchezza degli oceani con il rispetto per la sovranità di ciascuno Stato. In quest’anno gli Stati membri hanno rinnovato il loro impegno per lo sviluppo sostenibile degli oceani e questo è già un primo passo importante dall’esterno. Sul piano interno, invece, alcune Nazioni africane, come il Sudafrica, le Mauritius e le Seychelles stanno già implementando le loro politiche ‘blu’; si tratta di piani di sviluppo basati su un uso sostenibile degli oceani specie per alcuni settori, come la protezione dello spazio marittimo, il trasporto, la costruzione delle navi, l’energia, l’acquacultura e il miglioramento della legge marittima. L’impegno viene anche dall’Unione Africana che nel 2012 ha stilato la Strategia Marittima Integrata (AIMS) per coordinare le politiche dei suoi membri e delle comunità regionali; il programma è stato attuato, anche se lentamente.

Nel 2015 è stato incorporato nell’Agenda AU 2063 come obiettivo prioritario per la crescita inclusiva e sostenibile del continente; nel 2016, 31 membri si sono uniti per rinforzare la sicurezza marittima, uno dei principali ostacoli per la crescita del settore. Si sottolinea che la cooperazione e gli scambi di informazioni sono uno dei fini da raggiungere per risolvere i problemi che riguardano la sicurezza delle imbarcazioni, la prevenzione dei crimini, la protezione ambientale, il miglioramento delle infrastrutture ed altro. Occorrerà poi certamente puntare allo sviluppo di una ‘blue economy’ meno dipendente dagli attori stranieri. Cosa non semplice.

L’Unione Europea, dal canto suo, ha una sua precisa strategia per le politiche marittime e cerca di promuoverla anche altrove, insieme alla sua visione di sviluppo sostenibile, come evidenziato nel report. Unione Europa e Africa condividono, peraltro, tre bacini marittimi: sette Stati dell’UE, infatti, sono Stati costieri del Mediterraneo, cinque sono sull’Atlantico e alcune Nazioni più esterne sono sull’Oceano Indiano. La strategia UE promuove progetti comuni per migliorare la gestione delle attività marittime con le aree africane con cui condividono questi bacini. Sarebbe fondamentale, in quest’ottica, che soprattutto gli Stati che ancora non lo fanno, si coordinino meglio.

Il Sud Africa, ad esempio, potrebbe unirsi all’Alleanza Transatlantica che per ora include solo UE, USA e Canada, affermano gli analisti. Per l’oceano Indiano, invece l’UE non ha un programma specifico ma la forza navale EU NAVFOR Somalia è attiva e combatte contro la pirateria, proteggendo le imbarcazioni più deboli e monitorando la pesca illegale. I mari rivestano una questione di centrale interesse per l’Europa anche perché rappresentano la via diretta o indiretta per la migrazione illegale dall’Africa. Due anni fa alla Valletta, si è tenuto un incontro tra Paesi dell’Unione Europea e Nazioni africane per stabilire un fondo di emergenza che scoraggi le partenze e gli attraversamenti.

E oggi si cerca ancora la strategia migliore che possa risolvere la questione. Un altro importante ponte tra Africa ed Unione Europea è quello degli accordi conclusi con 15 Paesi africani che permettono alle imbarcazioni europee di pescare l’eccedenza di alcune specie nella zona esclusiva oggetto dell’accordo (EEZ). Questo diritto è controbilanciato da un contributo finanziario che include un supporto allo sviluppo della pesca per i pescatori locali. L’accordo, però, è stato adombrato da critiche incomprensioni sulla nozione di ‘eccedenza’, concetto discutibile.

Gli accordi di cooperazione (già fatti o da fare) avranno certamente un importante impatto sull’industria marittima africana e sullo sviluppo di tutto ciò che è connesso al mare. La sicurezza marittima è solo una delle finalità da raggiungere come oggetto di cooperazione tra Africa e UE, secondo quanto dice la Commissione Europea. Altri fari dell’azione programmata sottolineano l’importanza di investire sulla crescita marittima. Ci sono già moltissimi progetti di cooperazione tra Unione Africana e Unione Europea che puntano alla gestione delle acque e degli oceani. Ma occorrerà aspettare ancora.

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