mercoledì, aprile 26
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Buddhismo: alla scoperta della terza religione d’Italia

Bettera: “Il Buddhismo più umano e moderno” ma “non bisogna banalizzare”
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Sarà capitato che un amico o conoscente vi abbia parlato del suo “avvicinamento al Buddhismo”. O magari siete stati proprio voi incuriositi da questa pratica religiosa. Eppure, per quale motivo in Italia si parla così tanto di Buddhismo? Se da una parte è stata la globalizzazione la causa del melting pot culturale e dell’accorciamento delle distanze tra il mondo occidentale e quello orientale, la diffusione dilagante negli ultimi dieci anni dei centri buddhisti in tutta Italia designa sicuramente qualcosa in più.

Il Buddhismo è infatti la terza religione in Italia dopo il Cristianesimo e l’Islam, contando più di 100.000 credenti. D’altronde si tratta di dati profondamente sottostimati considerando il fenomeno dell’immigrazione costantemente in crescita. Quello che interessa è però la scelta di molti italiani che decidono di abbandonare un percorso spirituale di matrice cristiana per seguire i principi di una dottrina fondamentalmente lontana, sia culturalmente che geograficamente. Per quale motivo? In questi anni si è parlato di “moda”, di bisogni insoddisfatti, di curiosità per il mondo orientale, arrivando talvolta a screditare la religione buddhista a semplici corsi di meditazione.

Al momento in Italia esistono due grandi realtà istituzionali legate alla religione Buddhista: l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che riunisce coloro che in Italia seguono e praticano il Buddismo insegnato da Nichiren Daishonin, maestro giapponese del XIII secolo, e diffuso dalla Soka Gakkai e l’Unione Buddhista Italiana (UBI), ente di religione e di culto che si propone di sostenere l’insieme del movimento buddhista italiano, nel rispetto di tutte le tradizioni della Dottrina in tutte le sue articolazioni. Con quest’ultima il 1 dicembre 2012 la Prima Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati ha approvato l’intesa stipulata dal governo, sancendo con questo atto la fine del lungo iter per il riconoscimento istituzionale del buddhismo nel nostro Paese.

Abbiamo dunque intervistato Stefano Bettera, membro del consiglio direttivo dell’UBI, per scoprire, da un punto di vista interno, fino a che punto il Buddhismo sia radicato nel tessuto sociale italiano e quali siano i motivi preponderanti che spingono gli italiani a compiere una scelta spirituale così importante ed interessante dal punto di vista sociologico.

Signor Bettera, quando e come nasce l’Unione Buddhista italiana? Che differenza c’è con il Soka Gakkai?

L’Unione Buddhista Italiana nasce più di trent’anni fa con un obiettivo specifico: coordinare e valorizzare il lavoro dei Centri Buddhisti presenti sul territorio italiano. Con “centri Buddhisti” mi riferisco ai centri che professano le tre principali tradizioni del buddhismo che sono essenzialmente la tradizione Tibetana, in tutte le sue sfaccettature, la tradizione Zen, cinese e giapponese, e infine la tradizione Theravada, quella più antica, che si rifà al Buddhismo dello Sri Lanka, della Thailandia, della Birmania e di altri Paesi dell’area indo-orientale. La Soka Gakkai è invece una associazione laica che deriva da una Scuola giapponese di Buddhismo fondata nel 1200 da un monaco buddhista giapponese. In quel periodo fiorivano tantissime scuole di “matrice” buddhista dovute al carisma di certe persone, di alcune figure religiose. Questa scuola fu dunque un ramo del buddhismo giapponese da cui poi negli anni ’50 del 1900 nacque questa associazione laica che si ispira ai principi buddhisti ma non è una “chiesa”, non rifacendosi tra l’altro in pieno a quelle che sono le tradizioni classiche del Buddhismo. In Italia la Soka Gakkai ha deciso di intraprendere un percorso autonomo, separato dall’Unione Buddhista, ma in molti Paesi Europei sono spesso integrate. Diciamo che c’è una differenza di pratica ma i principi di fondo sono gli stessi.

Chi sono gli associati dell’UBI e che posizione ricopre a livello istituzionale?

Chi aderisce all’UBI sono centri, associazioni, monasteri, luoghi di culto buddhista che decidono di associarsi. Dunque l’UBI rappresenta i centri buddhisti in Italia che sono associati senza alcuna pretesa di rappresentare il Buddhismo italiano. Ci sono ancora piccoli o medi centri di matrice buddhista che si astengono o semplicemente sono ancora all’inizio di quel percorso di studio e riconoscimento che li porterà a fare parte dell’Unione Buddhista Italiana. Il Governo Italiano ha stipulato un’intesa nel 2012 con l’UBI in quanto la ritiene una rappresentante del Buddhismo in Italia e ne riconosce una rappresentatività istituzionale dei buddhisti nei confronti dello Stato.

L’UBI è un organo perfettamente inserito nel tessuto sociale italiano, lo è anche la cultura orientale in Italia? Che tipo di adattamento si apporta?

Il discorso è abbastanza complesso e diversificato. Ci sono comunità orientali o di origine orientale che sono profondamente radicate nel tessuto sociale italiano. Mi riferisco in particolare alla comunità dello Sri Lanka che in Italia vanta decine di migliaia di persone (solo tra Milano e provincia i cingalesi sono circa 40.000) che, pur mantenendo una forte identità nazionale anche legata ad una matrice religiosa, hanno ormai, soprattutto nelle generazioni più giovani, sviluppato un livello di integrazione nel tessuto sociale italiano molto alto, oltre a quello lavorativo e legale, tanto da rischiare di perdere gran parte della loro cultura millenaria. I centri buddhisti di origine cingalese svolgono, con l’appoggio dell’UBI, un’importante anello di congiunzione tra la cultura originaria e quella locale, tanto da offrire, lì dove sono presenti monaci theravada originari dello Sri Lanka, non solo una guida religiosa ma anche insegnamenti culturali e di lingua affinché i più giovani non dimentichino il patrimonio culturale dei luoghi da dove provengono. Diverso è il discorso per altre comunità: penso ad esempio a quella cinese che è profondamente integrata dal punto di vista economico (pensiamo alla comunità di Milano o di Roma) ma che dal punto di vista culturale rimane “un punto di domanda”, nel senso che si è sempre trattato di una comunità piuttosto chiusa, autoreferenziale. Per cui se è vero che le seconde/terze generazioni nascono ormai bilingue, si tratta pur sempre di realtà molto impermeabili, anche per noi dell’Unione Buddhista Italiana, nonostante molti centri cinesi siano di religione Buddhista. Noi cerchiamo di aprirci a queste comunità, consapevoli che l’integrazione sociale passa soprattutto attraverso il ruolo svolto dalle istituzioni religiose, pertanto tentiamo di favorire con tutti i mezzi questo percorso. Ci si renderà ben conto che non è cosa semplice.

Cosa è cambiato da dieci anni ad adesso? Chi si rivolge più spesso a voi e per quale motivo?

Dunque, cerchiamo di capire cosa è successo da quando il buddhismo è arrivato in Italia sino ad oggi. I primi centri buddhisti hanno aperto in Italia negli anni ’70, quindi stiamo parlando di circa quarant’anni fa. È intuibile come nei primi anni di “vita” del buddhismo in Italia si trattasse di un fenomeno non minoritario, di più. Tra le poche centinaia di persone coinvolte la maggior parte era affascinata dall’Oriente, dall’India, il Giappone, per cui l’aspetto culturale dei Paesi di origini nei primi tempi faceva da tramite e da traino nell’ingresso di queste persone nel mondo buddhista. Con il tempo si sono moltiplicati i centri di pratica, i monasteri e le associazioni buddhiste e si è formata una “prima generazione” di maestri e di monaci buddhisti nati in Italia o in Occidente. Per cui si è un po’ allentato, salvo che in alcune comunità come quella tibetana, questo rapporto di sudditanza culturale con il mondo orientale.

Capita spesso che le persone si avvicinino ad una cultura “laica” del buddhismo piuttosto che al buddhismo impegnato, da praticante?

Negli ultimi dieci anni il fenomeno buddhista in Italia ha dilagato. Lo vediamo in tantissimi elementi: i libri, la cucina zen, il grandissimo numero di corsi di meditazione, spostando tendenzialmente l’interesse dall’aspetto religioso/culturale all’aspetto legato al benessere e all’equilibrio interiore. La pratica buddhista è diventata, e il fenomeno della mindfulness ne è oggi la prova più evidente, una sorta di strumento per vivere meglio. Su questo purtroppo c’è un aspetto sia positivo che negativo: nel primo caso ciò fa sì che molte persone entrino da quella “porta”, intuendo fin da subito nel buddhismo qualcosa che oggettivamente ti consente di vivere in modo più consapevole ed affrontare le classiche “problematiche della vita moderna”; dall’altra parte c’è il rischio di banalizzare una pratica millenaria come se fosse un corso “fai da te” fine a sé stesso. Il Buddhismo è molto, molto più di questo. Però c’è ad oggi una diffusione del buddhismo o di tematiche o di pratiche correlate al buddhismo tale da rendere complessa anche per noi una quantificazione del fenomeno.

Giovani e buddhismo: in quanto Istituzione vi siete mai ritenuti una “risposta” alle domande non ascoltate? Dalla mancanza di una solida guida politica al sentimento di incertezza verso il futuro che pervade i più giovani…

L’UBI cerca di promuove quella che è la pratica e la cultura buddhista nel nostro Paese per cui, ovviamente, promuove tutta una serie di valori buddhisti che sono presenti a livello sociale. Promuovendo questo tipo di dottrina e di visione della società cerca di diffondere degli elementi di pratica e culturali che possono in qualche modo essere le emergenze sociali più forti.

Che tipo di impegno ha UBI nel sociale?

Le faccio un esempio. Abbiamo appena fatto una campagna in collaborazione con un grosso network di comunicazione, Airgate, dedicato al tema dei migranti e delle emergenze ambientali: è ovvio che l’aspetto di sensibilizzazione ed educativo di una operazione di questo genere è molto forte. In questo modo, e in molti altri ancora, cerchiamo di dare più che delle risposte delle indicazioni a quelle che potrebbero essere delle istanze di carattere sociale.

Quali sono le verità che concretamente contribuiscono a migliorare la vita quotidiana?

Ho parlato prima di “indicazioni” perché il buddhismo non è un credo, una religione dogmatica e dottrinale. Il buddhismo è qualcosa che si fa, non qualcosa in cui si crede.

Qual è l’aspetto più controverso del buddhismo che spesso un italiano cresciuto in un ambiente cattolico ha difficoltà ad accettare?

Non abbiamo posizioni ufficiali su questioni etiche come il fine vita o i diritti degli omosessuali, così come per l’orientamento politico. È chiaro però che essendo la nostra pratica incentrata sul concetto di compassione e consapevolezza, tutto ciò che va nella direzione dell’aiuto verso l’altro, la difesa dei più deboli, l’eliminazione della povertà così come una determinata sensibilità verso le questioni ambientali fa parte della nostra pratica quotidiana e sociale. Per cui è ovvio che i giovani possano trovare nel lavoro che i buddhisti fanno della società certamente dei punti di riferimento. Per arrivare a qualche esempio pratico, alcuni dei nostri centri fanno dei progetti sociali negli ospedali, nelle carceri, delle scuole, cercando di portare nella società esempi concreti di cosa vuol dire essere dei praticanti buddhisti.

In che modo “convertite” (se lo fate) i più curiosi ed aperti alla religione buddhista?

Non andiamo in giro con volantini a convincere le persone ad associarsi all’Unione Buddhista Italiana per risolvere problemi personali e sociali. Come dicevo il Buddhismo non è una religione dogmatica né tantomeno missionaria. Paradossalmente non ci interessa “convertire” le persone al Buddhismo. Al contrario, se le persone vedono nella pratica buddhista un percorso che può aiutarli ad affrontare la loro condizione sociale in modo più umano ben venga.

L’Italia è un Paese “adatto” al credo buddhista?

Neanche in questo caso la risposta è facilissima, dipende. Personalmente ti direi di sì, ma con una serie di limitazioni su cui riflettere. Dipende da quella che è la matrice culturale a cui ci rivolgiamo. L’Italia è un Paese profondamente conservatore, soprattutto nelle aree rurali e in alcune zone del territorio (mi immagino il profondo Nord così come il profondo Sud). Ed è anche un po’ la fotografia della penetrazione ad oggi del buddhismo nel tessuto italiano: il Nord Italia (con dovute eccezioni) è la parte dell’Italia più europea, con più mescolanza culturale, maggiore circolazione di informazioni, dove il tessuto sociale è più permeabile alle novità, dove sono presenti comunità straniere molto più radicate. Nonostante l’impronta di conservatorismo di base dunque, le comunità buddhiste sono molto ben viste: anche dove non ci sono grandi radicamenti culturali tendenzialmente l’atteggiamento dell’italiano medio nei confronti del buddhismo è positivo, quasi di “simpatia”. L’Italia può essere pronta ad una apertura verso il Buddhismo, l’importante è che sia un’apertura consapevole e cosciente. Questo è molto più probabile quando si riscontra la presenza di un centro buddhista sul territorio. Anche grazie al web, grazie ai giovani che viaggiano molto di più rispetto al passato, grazie ad alcuni personaggi di grande carisma come il Dalai Lama che sono ormai testimoni internazionali della religione buddhista, grazie anche alle case editrici che stanno pubblicando molti testi a riguardo, aumentano gli elementi che facilitano la conoscenza.

Cosa rende il buddhismo più fruibile ad oggi, nonostante le sue origini antichissime e le sue radici geograficamente lontane, in Italia rispetto al cristianesimo?

Ci sono molti cristiani che frequentano centri di pratica e meditazione buddhista: sono coloro che si trovano in quel limbo, quella fase di passaggio dove sentono una sorta di disagio nei confronti della loro religione d’origine e cercano risposte diverse, una dimensione diversa.  Personalmente non sono nato in un contesto né cristiano né cattolico ma sono stato molto vicino a persone che hanno scelto di lasciare un percorso ed iniziarne un altro, e posso confermare che queste persone hanno sentito un qualcosa che potesse essere più vicina ad una dimensione umana e moderna. Meno impositiva dal punto di vista dogmatico e più possibilista dal punto di vista di alcune risposte. L’aspetto culturale penso sia un problema che si presenti solo nelle primissime fasi di avvicinamento al Buddhismo, nel momento in cui prevale una conoscenza profonda la pratica tutto l’apparato di carattere orientale diventa secondario proprio perché il buddhismo non è qualcosa che viene richiesto come atto di fede. Concetti come il karma, la reincarnazione e tutto ciò che fa parte del mondo culturale indiano che sono presenti anche nel buddhismo, ovviamente, non sono elementi di fede ma etici. L’insegnamento fondamentale del buddhismo sta nella consapevolezza e nella responsabilità, non esiste qualcos’altro, al di fuori, che condiziona la vita, non esiste una legge eterna, universale che determina il tuo presente e il tuo futuro. Il concetto di azione e reazione è strettamente legato all’idea di responsabilità. Una volta in cui le persone comprendono il senso di questa pratica l’ostacolo culturale viene meno. Quando si parla di conversione, più che adesione a verità dogmatiche si fa riferimento a una riscoperta di valori universali.

Che tipo di dialogo c’è con il cattolicesimo (se c’è)?

C’è una collaborazione molto stretta. Il dialogo interreligioso, sia con il Vaticano sia con altre strutture cattoliche presenti sul territorio italiano, c’è a diversi livelli. Il rapporto è sereno, cordiale, senza grossi intoppi. D’altronde la Chiesa Cattolica è così “enorme”, dipende molto dalle singole realtà. D’altra parte bisogna che se ne facciano una ragione, nel senso, i numeri parlano chiaro, culturalmente l’Italia diventa ogni giorno più eterogenea, è normale che pian piano il cattolicesimo diventi “una delle tante” religioni a cui potersi affidare. C’è anche da dire che l’obiettivo del buddhismo non è quello di inculcare verità di fede, a noi interessa della vita, di questa vita delle persone.

Quale percorso consiglia di seguire a chi ha intenzione di avvicinarsi a questa fede?

Consiglio, dove è possibile, di cercare i centri buddhisti presenti sul territorio per confrontarsi con insegnanti e maestri onde evitare di cadere nei “trabocchetti” che qualunque percorso umano-spirituale comporta. La presenza di altri praticanti o di un maestro qualificato è fondamentale per superare i primi ostacoli e difficoltà. In secondo luogo informarsi il più possibile, impostando un minimo di “filtro” soprattutto sul web e sui social network in modo da verificare le fonti e la loro autorevolezza in materia. In terzo luogo leggere, leggere e ancora studiare. Infine non avere paura di sperimentare nuove forme e tipi di insegnamento prima di dire “ok, questa è la mia strada”: non puoi saperlo senza praticare, senza conoscere.

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