sabato, aprile 21

Basi militari Usa: quanto costano all’Italia? I fondi che Roma destina al mantenimento dei contingenti statunitensi

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La presenza militare degli Stati Uniti nel mondo, attraverso proprie basi che fungono da testa di ponte di Washington, è un dato di fatto con cui decine di Stati si confrontano ancora oggi. Stando ai resoconti forniti dal Pentagono, gli Usa dispongono ufficialmente di 686 basi disseminate in 74 diverse nazioni del globo, attraverso le quali, come nota il professor Jules Dufour (il quale è anche alto funzionario dell’associazione canadese per le Nazioni Unite, nonché membro del Circolo Universale degli Ambasciatori di Pace e del Consiglio Nazionale dello Sviluppo & Pace), «si sorvegliano da vicino i governi che non sono necessariamente favorevoli all’espansione della loro influenza sulle risorse dei loro territori […].Gli Usa considerano la superficie terrestre come un terreno da conquistare, da occupare e da sfruttare. La divisione del mondo in unità di combattimento e di comando illustra molto bene questa realtà». Le installazioni statunitensi sono a loro volta classificabili in quattro categorie diverse: basi aeree (Air Force), basi terrestri (Army), basi navali (Navy) e basi con compiti di comunicazione e sorveglianza (Spy). Nel complesso, in tali propaggini del potere militare statunitense alloggia un personale composto da quasi 270.000 unità. Il Giappone ospita il più nutrito contingente Usa (circa 40.000 soldati), seguito da Germania (oltre 34.000 soldati), Corea del Sud (più di 23.000 soldati) e Italia (oltre 12.000 soldati).

Nella stragrande maggioranza dei casi, i contratti d’affitto per le basi (che sono territorio statunitense a tutti gli effetti) contengono clausole che impongono al Paese ospitante di sobbarcarsi parte cospicua dei costi necessari alla manutenzione e, all’occorrenza, all’allargamento delle strutture militari statunitensi. Una prova empirica di tutto ciò la si sta ottenendo proprio in questi ultimi mesi, con lo Stato italiano che si è impegnato a sborsare centinaia di milioni di euro per rimettere in sesto e/o riadattare le basi alle necessità dei loro esigenti inquilini. Nella basi di Aviano e Ghedi, ad esempio, l’Italia ha compartecipato – con non meno di 80 milioni – alla realizzazione dei lavori per la messa in sicurezza delle bombe atomiche Usa che, come rilevato da Hans Kristensen, membro di alto rango della Federation of American Scientists,«sono state custodite in condizioni non sicure da oltre vent’anni a questa parte […]. Gli interventi hanno come scopo di aumentare la protezione fisica delle armi nucleari stoccate nelle basi della Us Air Force. Gli aggiornamenti della protezione confermano in modo indiretto che la sicurezza delle armi nucleari americane presenti nei siti europei è stata inadeguata per oltre due decenni». Un problema non da poco, se si considera che ad Aviano sono presenti decine di F-16 armati con testate nucleari, e che Ghedi custodisce decine di bombe all’idrogeno B61-12. L’Italia ha inoltre cofinanziato l’ampliamento della base di Aviano, necessario per permetterle di accogliere il 606° Air Control Squadron, l’unità addetta (con un personale di 200 militari) al comando, controllo e rifornimento durante grandi operazioni di guerra aerea che fino alla fine del 2014 era di stanza presso la base di Spangladem, in Germania.

Ciò rientra nel processo di riposizionamento delle forze militari Usa in Europa, nel cui quadro si inserisce anche la ristrutturazione di Camp Darby, la base logistica dello Us Army contenente l’equipaggiamento completo per due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata trasferibile nei ‘teatri di crisi’ attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Secondo i programmi, l’immensa struttura dovrebbe essere notevolmente ridimensionata, ma ciò «non significa che la sua capacità sarà ridotta. Il collegamento col porto di Livorno è stato potenziato dai lavori effettuati dagli enti locali (a guida Pd) sul Canale dei navicelli, allo scopo dichiarato di dare impulso ai cantieri che fabbricano yacht (in realtà in crisi e in attesa di qualche compratore straniero) […]. Per di più nel limitrofo interporto di Guasticce, sullo Scolmatore dove sono in corso lavori per accrescerne la navigabilità, si può creare un indotto per lo stoccaggio di materiali logistici di Camp Darby. In tal modo si può liberare, nella base, spazio da destinare agli armamenti. Per di più, l’area che il comando Usa dovrebbe ‘restituire all’Italia’ nei prossimi anni andrà al Ministero della Difesa, che la potrà destinare a funzioni di supporto di Camp Darby e alla proiezione di forze: l’aeroporto militare di Pisa è stato trasformato in hub aereo nazionale da cui transitano gli uomini e i materiali destinati ai vari teatri bellici, e sempre a Pisa si è appena costituito il Comando delle forze speciali dell’esercito». Forse è in virtù delle prospettive di aumento dell’indotto che, secondo i calcoli del governo di Roma, la ristrutturazione di Camp Darby dovrebbe garantire che l’Italia si è, anche in questo caso, fatta carico di parte delle spese (45 milioni) per la costruzione di una infrastruttura ferroviaria volta potenziare il collegamento tra il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa.

Ma non è tutto. A Vicenza, circa 8 milioni di euro dei contribuenti italiani è stato speso per la riqualificazione delle caserme Del Din ed Ederle, dove alloggiano il quartier generale della Us Army in Italia e i membri della 173° brigata aviotrasportata con rispettive famiglie. L’Italia ha inoltre messo a disposizione il 25% dei 200 milioni di euro necessari alla costruzione del nuovo quartier generale della Nato presso Lago Patria (vicino a Napoli, il cui porto ospita la Us Sixth Fleet), più altri milioni vari per la riconfigurazione della viabilità attorno a questo nuovo sito. Altri fondi sono stati stanziati per adattare le piste delle base di Amendola (in provincia di Foggia) agli F-35 e ai droni Predator, mentre una quota non irrilevante dei 100 milioni di dollari necessari al potenziamento della Naval Air Station di Sigonella, dove verrà impiantata l’apparecchiatura di ricezione e trasmissione satellitare Jtags che, come il Muos di Niscemi, è funzionale allo ‘scudo anti-missili’ che gli Usa stanno innalzando in Europa – dato non irrilevante, la realizzazione delle strutture del Jtags è stata appaltata, tra le altre, alla società in odor di mafia D’Auria Srl.

Da tale quadro, emerge che l’Italia compartecipa attivamente con propri finanziamenti al mantenimento di contingenti stranieri sul suolo nazionale.

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