Autore Gianluca Pastori

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Tillerson, Trump e il futuro del ‘nuclear deal’: tanto rumore per nulla?
Si è giunti, oggi, al ‘redde rationem’? La nuova postura 'muscolare' di Washington sembrerebbero puntare in questa direzione
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La linea ambigua adottata dai due offre al Presidente iraniano uscente una sponda importante permettendo, nello stesso tempo, a Washington di tenere le mani abbastanza libere in attesa dei risultati del voto del 19 maggio

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L’Iran, le elezioni e la sfida di Trump
Che effetto avrà la nuova postura statunitense sui delicati equilibri con Teheran?
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Le elezioni di prossimo 19 maggio acquistano nuova importanza. Più che mai, esse si propongono come una sorta di referendum sull’operato del Presidente e in questo caso, sulla sua politica estera

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Dopo Shayrat: un punto di svolta per Trump in Siria?
La decisione di Washington manda un segnale importante a Mosca e ai suoi alleati regionali, Iran in primis
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La riaffermazione di un modello ‘decisionista’ che ha per obiettivo soprattutto le (presunte) incertezze e i tentennamenti degli anni passati, quando le scelte della Casa Bianca sarebbero state limitate dai lacci e lacciuoli imposti da una politica troppo ‘negoziata’

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Gli Stati Uniti e la Brexit: oltre la ‘relazione speciale’
Come influirà il voto della 'maggioranza silenziosa' sulla relazione tra i due Paesi?
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Nel complesso, la prospettiva dell’annunciato rilancio della ‘relazione speciale’ anglo-americana non sembra sufficiente a compensare le perdite che – a vari livelli – Londra e Washington rischiano di subire a causa della Brexit.

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La Turchia, l’Europa e i fantasmi di Rotterdam
Lo specchio di come i rapporti da sempre difficili fra Ankara e Ue rischiano di evolvere
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La svolta autoritaria del Paese e le ambizioni egemoniche di Erdogan acuiscono una rivalità che ha la sua radice ultima nella convinzione di una radicale alterità fra i due mondi

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Donald Trump, la détente con la Russia e la sfida nucleare
Altro che distensione: davanti alle prime divergenze concrete, ecco arrivare le difficoltà
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Il nuovo presidente si presenta più come un elemento di continuità che di rottura rispetto a una certa tradizione ‘muscolare’ della politica estera statunitense