venerdì, settembre 22

Assemblea Generale ONU: migrazioni e clima, ma soprattutto terrorismo e Corea Brexit: il Governo May impone la linea dura e si salva

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Negli Stati Uniti d’America, in particolare a New York, si apre oggi la settantaduesima Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Sul tavolo sono presenti molti temi scottanti, tra cui la gestione dei flussi migratori e dei cambiamenti climatici sul pianeta, oltre che, naturalmente, del terrorismo. Come accaduto già molte volte nel corso degli ultimi vertici internazionali (G7, G20 e così via), è estremamente probabile che su questi temi di fondamentale importanza non sarà possibile giungere ad una posizione unitaria: uno dei principali fattori che rende improbabile il raggiungimento di un accordo su questi temi è, senz’altro, la posizione degli USA che, con la Presidenza di Donald Trump, hanno manifestato l’intenzione di intraprendere una politica sempre più isolata ed indipendente dalla comunità internazionale.
Su questioni di rilevanza più immediata, però, va notato che l’Assembla Generale dell’ONU si apre con un successo all’attivo: ieri il Consiglio di Sicurezza ha votato all’unanimità le nuove sanzioni contro la Corea del Nord. Le sanzioni prevedono un embargo totale alle esportazioni tessili di Pyongyang e uno quasi totale alla vendita di petrolio e gas naturale ai nord-coreani. L’unanimità è un fattore interessante e, fino all’ultimo, è stato tutt’altro che scontato. Se le reazioni positive di USA, Corea del Sud e Giappone appaiono scontate, molto meno si può dire di quella russa: per il Portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, il voto russo rispecchia gli interessi del Paese che si trova vicino alla zona di maggior tensione e che, quindi, se da un lato è assolutamente risoluto ad evitare un accrescimento del potenziale nucleare nell’area, dall’altro è fermo nel non accettare l’eventualità di un intervento armato.
Anche la Cina, alleato storico della Corea del Nord, ha votato a favore delle sanzioni: nel farlo, ha auspicato che tutti si impegnino ad applicare a fondo la risoluzione, ma ha anche invitato tutti gli attori in campo a ritornare al tavolo delle trattative escludendo una soluzione violenta. Nelle dichiarazioni dei rappresentanti di Pechino si fa esplicitamente riferimento all’istallazione del sistema anti-missile THAAD, che gli USA vorrebbero installare in Corea del Sud: per i cinesi, oltre ad essere un atto controproducente, si l’istallazione di tale sistema verrebbe percepita come una minaccia diretta al proprio territorio.
Naturalmente, da parte nord-coreana, sono arrivate nuove minacce agli USA e ai loro alleati: è chiaro che, al momento, Pyongyang non sembri per nulla intimorita dall’unanimità del Consiglio di Sicurezza ONU.
Un altro argomento che l’ONU dovrà affrontare, nel corso di questa Assemblea Generale, è quello della crisi della minoranza Rohingya in Myanmar: per ora, si è espresso l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein. La minoranza mussulmana è accusata di terrorismo ed azioni contro le Forze di Polizia: per questo, contro la popolazione Rohingya sono state lanciate numerose offensive che, secondo al-Hussein, sono al limite della pulizia etnica. Le autorità birmane hanno negato agli esperti dell’ONU di entrare nel Paese: per questo è impossibile sapere l’entità delle violenze. Non c’è dubbio, però, che la crisi è ben lontana dalla fine e che ci sarà modo di discutere della questione durante l’Assemblea Generale.

Da Londra arriva la notizia dell’approvazione della legge volta a sopprimere l’influenza del diritto europeo sulla Gran Bretagna e a riassorbirne le norme per poi valutare quali mantenere in vigore e quali abrogare.
La maggioranza del Primo Ministro conservatore, Theresa May, ha retto nonostante i malumori e le divisioni interne tra i fautori della Brexit dura e di quella morbida. Di certo restano aperte molte questioni, come quella dei diritti dei cittadini dell’Unione Europea residenti in Gran Bretagna, o quelle di Irlanda e Scozia o, per finire, quella del conto che Londra dovrebbe saldare prima di potersi considerare fuori dall’UE: per il momento, i negoziati con Bruxelles languono e una soluzione sembra piuttosto lontana.
In Spagna, intanto, si prepara un altro referendum secessionista: quello della Catalogna. Oggi la Corte Suprema spagnola ha accolto il ricorso del Governo centrale dichiarando illegittima la Legge di Transitorietà, ovvero la legge, approvata dal Parlamento locale di Barcellona, che spiana la strada al referendum previsto per il 1° ottobre. Dalla Corte Suprema di Madrid, inoltre, è arrivata la direttiva di sequestrare le urne necessarie per procedere alla votazione referendaria: i toni dello scontro si inaspriscono sempre di più.
In Francia, la polizia ha disperso con la forza i manifestanti che erano scesi in piazza per protestare contro la riforma del lavoro voluta dal Presidente Emmanuel Macron. La riforma prevede maggiore flessibilità e meno regole per le aziende per le aziende; inoltre, verrà introdotto il contratto aziendale (oltre a quello nazionale). Mentre il Presidente difende l’operato delle Forze dell’Ordine, dal quotidiano ‘Le Monde‘ giunge la notizia di nuove regole sui controlli alle frontiere che Macron avrebbe intenzione di introdurre: queste regole, giustificate per ragioni di sicurezza anti-terrorismo, introdurrebbero una certa discrezionalità sulla libera circolazione degli individui e, quindi, sarebbero di fatto una limitazione del Trattato di Schengen.
In Germania, mentre il processo alla neo-nazista Beate Zschäpe, accusata di dieci omicidi (nove immigrati ed un agente di polizia) tra il 2000 ed il 2007, volge al termine e l’accusa chiede vent’anni di detenzione, a tenere banco è una nuova polemica al livello europeo: il Cancelliere, Angela Merkel, si è espresso in modo molto critico contro la politica del Primo Ministro ungherese Viktor Orbán. Secondo la Merkel, è inaccettabile che un Paese membro dell’UE rifiuti di applicare le risoluzioni della Commissione sul ricollocamento dei migranti. La posizione del Governo di Berlino, in sintesi, è questa: nell’Unione Europea vige il diritto e, dove questo non venga rispettato, sarà necessario procedere con una procedura di infrazione.
Il messaggio tedesco, in realtà, non riguarda solo l’Ungheria, ma tutti quei Paesi che, seguendo la linea di Budapest, si rifiutano di accettare il ricollocamento dei migranti, prima fra tutti, la Polonia. A Varsavia, però, lo scontro con Bruxelles non riguarda solo i migranti: oggi, la Commissione Europea ha avviato la seconda fase della procedura di infrazione per la riforma della giustizia. La riforma, che limita l’indipendenza della magistratura, è considerata inaccettabile dall’UE.
Ai confine dell’Unione, si sono svolte le elezioni in Norvegia: la vittoria è andata al Primo Ministro uscente, la conservatrice Erna Solberg, che dovrà guidare il Paese per altri cinque anni.

In Ucraina è stato fermato dalle Forze di Sicurezza Mikheil Saakashvili, già Presidente della Georgia da dove, accusato di corruzione, è fuggito. Dopo aver ottenuto il governatorato della regione ucraina di Odessa, Saakashvili è entrato in contrasto con il suo vecchio alleato, l’attuale Presidente ucraino Petro Porošenko che gli ha ritirato la cittadinanza. Domenica scorsa Saakashvili è entrato illegalmente in Ucraina con un manipolo di sostenitori: ora, fermato dalle autorità, rischia l’estradizione in Georgia.
Dal canto suo, Porošenko ha dichiarato di volersi recare all’Assemblea Generale ONU per chiedere l’intervento di truppe nella regione del Donbas, attualmente contesa con la Russia, nell’ambito di una missione di pace: è molto probabile che la proposta non sarà ben accolta dai rappresentanti di Mosca.
Dalla Russia, intanto, secondo il quotidiano ‘Kommersant‘, il Presidente Vladimir Putin sarebbe pronto a candidarsi per l’ennesima volta alla più alta carica della Federazione; da fonti ufficiali del Cremlino, per ora, è arrivata una smentita: secondo la versione ufficiale, Putin non avrebbe ancora deciso se candidarsi di nuovo alla carica di Presidente.

Il Parlamento iracheno si è espresso contro il referendum per l’indipendenza del Kurdistan, previsto per il prossimo 25 settembre. Secondo le autorità di Baghdad, il referendum non farebbe altro che portare ulteriore scompiglio nella zona; le autorità indipendentiste del nord, invece, sostengono che si tratti dell’unico mezzo che i curdi hanno per far valere i propri diritti.
Per quanto riguarda la Siria, invece, fonti russe dichiarano che l’85% del territorio è stato liberato dalle forze islamiste.
La Libia si prepara alla Conferenza di Londra del prossimo 14 settembre in cui si tenterà di trovare una soluzione alla crisi nel Paese. Intanto, il Rappresentante Speciale dell’ONU per la Libia, Ghessam Salamé, ha avuto un lungo colloquio telefonico con il Ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano: nel corso del colloqui, l’Italia ha confermato il proprio interesse nella pacificazione del Paese.

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