sabato, ottobre 21

Asia ‘bollente’: Corea del Nord pronta a colpire Guam da metà agosto

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La Corea del Nord torna torna ad alzare la cresta, dopo l’intervento del capo del Pentagono James Mattis che ha invitato Pyongyang a smetterla con «azioni che potrebbero portare a una fine del suo regime e alla distruzione della sua gente». L’esercito infatti ha annunciato che il piano per l’attacco alle acque di Guam a metà agosto andrà avanti. E anche se Mattis ha assicurato che gli Usa stanno comunque lavorando a una soluzione diplomatica convinti che Pyongyang perderebbe ogni tipo di guerra, la Corea del Nord non sembra avere intenzione di abbassare i toni.

La Corea del Nord ha ribadito non solo il proposito di sferrare un attacco contro Guam, ma ha anche affermato che sta seriamente valutando l’uso di 4 missili a raggio intermedio Hwasong-12 per colpire gli obiettivi Usa. Un piano preparato dal generale Kim Rak-gyom, a capo dell’unità balistica speciale, che sarà completo per metà agosto, con l’esecuzione in ogni momento su ordine del leader Kim Jong-un.

Ad intervenire anche la Corea del Sud, che parla di ‘forte e risoluta reazione’ agli attacchi del Nord insieme agli alleati, Usa in testa. Il colonnello Roh Jae-cheon, portavoce del Comando di stato maggiore congiunto, ha affermato che «siamo assolutamente pronti a reagire con decisione a ogni provocazione del Nord». Seul chiede inoltre con forza a Pyongyang di interrompere le provocazioni e tornare al tavolo negoziale. Gli scenari nella penisola «stanno diventando seri per le ripetute provocazioni e minacce del Nord», ha detto Park Soo-hyun, portavoce dell’Ufficio presidenziale.

Attivo anche il Giappone, che ha ribadito di essere in condizione di intercettare e abbattere i missili che la Corea del Nord dice di voler lanciare contro il territorio Usa di Guam. Tokyo, ha assicurato il portavoce del governo Yoshihide Suga, terrà la massima vigilanza sulla vicenda perché «non possiamo tollerare un così chiaro atto provocatorio per la sicurezza della regione e della comunità internazionale, incluso il nostro Paese».

Negli Usa molti collaboratori di Donald Trump sono rimasti stupiti dalle ultime parole di fuoco del presidente e ora si cerca di rimediare in un qualche modo. A lanciare messaggi ad entrambe le parti la Cina, che ha ribadito: «Ci auguriamo che tutte le parti rilevanti parlino con cautela e si muovano con prudenza, evitando di provocarsi a vicenda e un’ulteriore escalation della tensione, battendosi per il ritorno quanto prima possibile al corretto binario del dialogo e dei negoziati». Mentre il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha continuato a invitare Pyongyang a considerare l’offerta americana esposta da Tillerson.

In Europa domina la questione migranti. A decine sono sbarcati in mezzo ad una spiaggia vicino a Cadice fra lo stupore dei bagnanti. In generale il flusso di migranti irregolari per lo più subsahariani in arrivo dalle sponde del Nord dell’Africa sulle coste dellì’Andalusia è in continuo aumento, come pure nelle enclave spagnole in territorio marocchino, Ceuta e Melilla. Solo stamani a Ceuta in 700 hanno cercato di scavalcare il muro che divide l’enclave dal Marocco. E davanti alla crescente pressione migratoria degli ultimi giorni, la Spagna ha deciso ieri d’accordo con la autorità del Marocco di chiudere per una settimana al traffico merci il valico di frontiera Tarajal per concentrare le forze di sicurezza lungo il ‘muro’ che circonda la città.

Torniamo in Kenya, perché a Nairobi dopo il voto delle presidenziali di martedì ci sono stati nuovi scontri, mentre nel resto del Paese sembra essere tornata la calma. Secondo ‘Associated Press‘, la polizia ha aperto il fuoco contro un gruppo di dimostranti a Kawangare, un quartiere povero della capitale. Amnesty International ha chiesto alla polizia di non usare la forza quando non necessaria nel controllo delle proteste.

Nelle Filippine sette persone, di cui due soldati e cinque militanti, sono morte in uno scontro a fuoco tra militari e membri di Abu Sayyaf durante un tentativo dell’esercito di liberare 23 ostaggi sequestrati dal gruppo. La battaglia, avvenuta all’alba nel sud della provincia di Sulu dove il gruppo affiliato all’ISIS ha la sua roccaforte, è scoppiata poche ore prima di un ultimatum del gruppo terroristico, che minacciava di decapitare quattro ostaggi se non avesse ricevuto un riscatto di 3 milioni di pesos (50mila euro). Al momento non si sa che fine abbiano fatto gli ostaggi.

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