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Mercati borsistici in shock

Asia in apprensione dopo l’elezione di Trump

Tutti i valori in ribasso nelle Borse nell'area Asia-Pacifico, grandi timori per il commercio globale

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Quale stia stato l’apprezzamento dell’Asia nei confronti dell’elezione di Donald Trump al soglio della Quarantacinquesima Presidenza USA lo si è visto con una certa immediatezza nelle Borse asiatiche: un tonfo dopo l’altro. Tokyo è andata rapidamente sotto pressione, al punto di sospendere e riprendere fino al valore finale di -5,4%. Shanghai e Shenzen chiudono a -0,6, Seoul segna un -2,2%. Il bene-rifugio tra i principali, ovvero l’oro, vola innalzandosi di un buon 1,7%, il petrolio perde il 3,7%, nel frattempo i Future in Europa chiudono a -4%, una debacle. Anche il Dollaro USA va in forte pressione arrivando – nel rapporto con l’Euro – a 1,1067 dopo aver raggiunto anche un top intorno a 1,13 nella notte italiana. La fluttuazione così violenta verso il basso di petrolio e Dollaro USA sono molto importanti dal punto di vista asiatico, in quanto il petrolio sta forzosamente ridisegnando i propri asset, visto il progressivo e continuo calo del suo valore in concomitanza con l’accerchiamento dell’IS nelle sue roccaforti ormai assediate e il deprezzamento dell’oro nero sulle piazze internazionali che prosegue lento e inarrestabile già da tempo. Per quanto riguarda il deprezzamento del Dollaro, è anch’esso un fattore estremamente importante dal punto di vista dell’Asia nel suo complesso (non solo in Sud Est Asia) in quanto molte delle transazioni e delle relazioni commerciali sono ‘pensate’ in Dollari USA più che Euro (vista la crisi permanente del mercato del Vecchio Continente): in parole povere, poiché il ‘cliente’ europeo s’è fatto doverosamente sparagnino al punto di rivedere i propri contratti commerciali con varie entità asiatiche, queste ultime negli ultimi 5 anni hanno puntato con sempre maggiore attenzione e speranza a favore del Dollaro USA e della sua capacità di acquisto per sopperire alla debolezza dell’Europa (piuttosto che della sua moneta che permane sotto pressione ma pur sempre con una sua intrinseca valenza sulle piazze asiatiche). Anche il mercato australiano è andato in profondo shock man mano che la cartina degli Stati Uniti e degli Stati che la compongono si andava colorando di rosso. In chiusura ha mostrato una perdita secca di 34 miliardi di Dollari USA in termini di controvalore. Un analista borsistico locale ha ben espresso il parere di molti suoi colleghi: «Giusto o sbagliato che sia, i mercati vanno mostrando una sempre più vasta preoccupazione in relazione all’elezione di Donald Trump, in special modo per quel che concerne il commercio mondiale ed il suo impatto su molte grandi Compagnie presenti nel mercato borsistico USA». Ad un certo punto, nel corso del pomeriggio, l’indice australiano di scambi bancari -in sigla ASX 200- è scivolato in basso di circa il 4% e poi ha recuperato dal peggior punto raggiunto (5,157) chiudendo a 1.9 per cento. E mentre i titoli SPI 200 australiani segnavano un 1.8 per cento, un po’ in tutta l’area Asia-Pacifico si sono constatati valori prepotentemente al ribasso. In Giappone il Nikkei ha perso fino al 5.8 per cento, mentre i titoli Hang Seng ad Hong Kong sono affondati fino al 3.5 per cento.
Le radici dei timori asiatici nei confronti della figura di Donald Trump sono legati ai suoi ripetuti proclami protezionistici, il che configurerebbe una nuova politica economica americana volta a proteggere il proprio mercato interno ed i propri produttori riducendo drasticamente le importazioni di prodotti asiatici come riso, pesce lavorato e gamberetti, soia etc. Per non parlare di prodotti di largo consumo con emivita breve oppure tutto il settore dell’Hi-Tech e dell’IT Information Technology. Sarebbe un colpo durissimo che giungerebbe alla fine di una catena già oppressa da un lungo stato di crisi nel commercio internazionale. Come è noto, Trump si è spinto -durante la campagna elettorale- a proclamare di voler rivedere tutto il settore delle importazione di beni di consumo prodotti in Cina e di punire persino società e compagnie statunitensi che inviino loro materie prime e tecnologia per produrli. Generalmente l’atteggiamento asiatico è stato finora improntato ad un certo attendismo: ‘aspettiamo di vedere quel che poi accade realmente’, pare essere il modus operandi orientale, una caratteristica atavica degli asiatici, in verità.

Tra tutti gli osservatori asiatici di Economia, Finanza e Borse, c’è un dibattito avviato da settimane, dove generalmente si accosta l’elezione di Donald Trump a quanto accaduto in Europa con la Brexit, ovvero una fuoriuscita voluta da parte degli Stati Uniti dall’economia globale dove attualmente la bilancia sembra pendere a favore delle nuove economie e dei Paesi emergenti tra i quali numerosi sono proprio in Asia ed Estremo Oriente, un esempio su tutti è il Vietnam che si ritiene quasi universalmente l’apripista di uno sviluppo che presto riguarderà anche Cambogia e Laos.

L’Indonesia – una delle prime economie a livello mondiale – guarda a tutto questo con grande apprensione, e teme che se venisse meno il suo ‘cliente’ principale tutta la sua economia produttiva potrebbe risentirne in modo ferale, per non parlare di quel che accadrebbe al settore tessile del fragile (economicamente) Bangladesh nel momento in cui le maggiori Compagnie americane del settore decidessero di «ragionare» in modo più autarchico difendendo la propria manodopera a discapito di quella a basso prezzo asiatica. Le Filippine del neo Presidente Rodrigo Duterte (che aveva definito poco tempo fa Barack Obama «Son of a whore») certo saranno maggiormente ben disposte a dialogare con l’antico alleato USA (in questo periodo c’è un certo riavvicinamento inaspettato e imprevedibile delle Filippine verso la Cina). Ma anche in diplomazia, si sa, è tutto magmatico.

Bisogna vedere quanto si sarà aperti al compromesso tra la nuova Amministrazione USA e la ben più pragmatica congerie di produttori ed investitori che pensano in modo globale e non più solo ‘americano’ da lungo tempo. L’a minaccia del ‘fenomeno Brexit’ intimorisce molto: le Borse si sa, soffrono anche per uno starnuto -in termini di aleatorietà e volatilità dei mercati- ma è ancora presto per poter valutare e stilare le prime stime dei danni e degli eventuali scenari che si possano aprire (o ri-aprire come nel caso russo) dopo l’ascesa di Donald Trump al ruolo di 45° Presidente degli Stati Uniti.

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