mercoledì, settembre 19

ASEAN: da promessa della Democrazia a scenario ideale per l’Uomo forte Molte promesse della Primavera Asiatica oggi sono naufragate in governi auoritaristici

0

L’ ASEAN del 2018 si presenta con un volto molto complesso da decifrare. Una Unione di Stati del Sud Est Asia che era partita carica di speranze e promesse, soprattutto sulla strada della modernizzazione nel nome dello sviluppo, della estensione dei Diritti e delle libertà individuali e politiche e che si ritrova, invece, ad essere la casa di varie forme di Politica paternalistica, prevaricatoria, spesso illiberale se non espressamente dittatoriale.
L’uomo forte al Potere è diventato l’emblema dello stato delle cose in vari contesti politici del Sud Est Asia e rappresenta la messa in stato di mora di quell’area che avrebbe dovuto essere un baluardo della Democrazia nel Continente asiatico e che invece –allo stato attuale- ne rappresenta la stasi se non la potenziale sconfitta definitiva.

L’uomo forte cambogiano Hun Sen  ha tenuto una complessa cerimonia religiosa ad Angkor Wat agli inizi del mese scorso, invocando “stabilità politica” per il Paese ma si tratta di un suo manifesto tentativo di legittimare il suo proprio ruolo dopo aver di fatto estromesso tutta l’opposizione politica della Nazione con un apposito divieto ammantato delle vesti di decreto legge. Ma è solo un esempio tra tanti.

L’ASEAN festeggia i suoi 50 anni ma le venature dettate dalle aree grigie della Unione Sud Est asiatica gettano l’ombra dei vari dubbi che vi aleggiano. Gli accademici e studiosi dell’area sottolineano che –comunque- l’ASEAN, dalla sua istituzione, ha arrecato un miglioramento della qualità della vita e dello sviluppo economico che non avrebbe avuto luogo altrimenti. E si è anche sottolineato –da più parti- che i problemi e i momenti di crisi si sono registrati in tutto il Mondo e non solo in quella che poi è via via diventata ASEAN. Insomma, pace e prosperità lì dove c’erano povertà e conflitti. Una visione un po’ piatta e semplicistica che non tiene conto di quanto –in maniera più travagliata- va svolgendosi nel Sud Est Asia.

Non mancano, infatti, le questioni negative tra le Nazioni Sud Est asiatiche durante l’arco dei 50 anni che hanno condotto alla sua strutturazione e trasformazione e che si sono manifestate a prescindere dalla unificazione.

Innanzitutto il tema che pian pianino ha conquistato l’attenzione mondiale come la vera e propria pulizia etnica attuata in Myanmar contro la minoranza etnica di estrazione islamica dei Rohingya, una tragedia che ha coinvolto 600.000 Rohingya e che getta una luce sinistra sulla giovane Democrazia birmana che ha assunto il volto del Premio Nobel Aung San Suu Kyi  come Premier in pectore ma che nella più pragmatica realtà è stata profondamente plasmata dai militari che non hanno ceduto un millimetro in termini di egemonia nella vita pubblica del Paese.
Poi vi è da sottolineare la sanguinosa guerra ingaggiata nelle Filippine dall’uomo forte locale, ovvero il Presidente in carica Rodrigo Duterte  il quale –come un rullo compressore- si è scagliato sì contro i locali cartelli dei narcos ma allo stesso tempo, ha finito per seppellire una buona parte della propria popolazione civile, senza tenere in conto degli effetti che questa vera e propria guerra avrebbe lasciato al suolo.

In Indonesia, la più grande Democrazia di tutta l’area islamica mondiale, tra le prime potenze economiche e produttive globali e Paese musulmano più popoloso al Mondo, si è assistito alla incarcerazione dell’ex Governatore di Jakarta, cristiano di etnia cinese, Basuki Tjahaja “Ahok” Purnama  accusato di blasfemia.

Uomini forti nel recente passato dell’area Sud Est asiatica non sono certo mancati, come il Presidente Suharto  in Indonesia, il Primo Ministro malese Mahathir Mohammed  e Lee Kuan Yew  in Singapore, per non dire poi anche dell’altro ex Presidente delle Filippine Ferdinand Marcos . Allo stesso tempo, non sono mancati i momenti di opposizione e protesta verso i leader forti, una specie di Primavera Sud Est asiatica come la forte opposizione per restituire “potere al popolo” contro Marcos nelle Filippine nel 1986, il “Maggio Nero” in Thailandia nel 1992, lo spirito di “Reformasi” che scalzò Suharto nel 1998 in Indonesia, così come non sono mancate proteste similari un anno dopo nei confronti di Mahathir. La sorpresa più grande di tutte è stata la concessione di libere elezioni democratiche da parte della giunta militare in Myanmar nel 2015 dopo decenni di forte dittatura. Tutte le elite di questi Paesi, schierate in favore del Potere paternalista e autoritaristico hanno poi lottato –nelle più svariate forme- per reintrodurre uno spirito di restaurazione.

Allo stato attuale solo l’Indonesia, vasto Arcipelago musulmano, è l’unica Democrazia liberale stabile nell’area, sebbene sempre sotto minaccia dell’Isis che ha tenuto nel mirino non solo i cristiani di etnia cinese come Ahok ma anche gruppi minoritari musulmani e le minoranze sessuali. L’outsider moderato Joko Widodo vinse le elezioni del 2014 con vigore battendo l’illiberale Prabowo Subianto  , figliastro di Suharto ed uno dei suoi generali più brutali. Ma una eventuale alleanza tra le elite populiste ultranazionaliste e i radicali islamici potrebbe mettere in pericolo la Democrazia indonesiana alle prossime elezioni del 2019.

Solo due decenni fa la Thailandia sembrava essere diventata la Democrazia più carica di promesse, oltretutto adottando una Costituzione liberale finalizzata a porre argine al potere militare. Ma la vittoria elettorale evidente di Thaksin Shinawatra  nel 2001 sollevò le ire delle classi abbienti e più vicine ai vertici militari che si auto-costituirono almeno nella facciata come entità politiche volte a difendere i valori della Monarchia, della Nazione e della Religione. In contrapposizione a quella specie di Santa Alleanza verticistica e di classe, Thaksin pose il potere del suo specifico elettorato, le classi economiche più popolari e soprattutto la popolazione agricola del Paese, introducendo forme di assistenza medica pubblica, (con la sorella Yingluck ) misure di sostegno a favore dei produttori di riso con opportuni acquisti da parte del Governo che accantonando le proprie riserve voleva controllare meglio i prezzi sostenendo così l’economia nazionale, il sostegno ai singoli villaggi delle aree agricole thailandesi. Non riuscendo a batterlo nelle urne i lealisti hanno agitato il fantasma della corruzione al fine di mobilizzare la classe media contro la famiglia Shinawatra. L’unico vero effetto ottenuto è stato il ritorno dei militari al potere con un colpo di stato come accade ormai periodicamente negli ultimi quindici anni in Thailandia.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore