venerdì, settembre 22

Arianna: ‘Italia stupenda ma ma con troppo provincialismo e nepotismo’ L'artista milanese, approdata tra le nuove proposte di Sanremo nel ’99 e protagonista di numerosi musical di successo

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Prosegue il nostro approfondimento sul fenomeno della fuga dei talenti italiani all’estero
che, come già detto in precedenza, sta lentamente privando il nostro Paese delle voci più
belle. Dopo avervi raccontato la storia di Filippa Giordano, abbiamo incontrato Arianna
Bergamaschi, meglio nota semplicemente come Arianna, artista milanese lanciata come
enfant prodige della Disney, approdata tra le nuove proposte del Festival di Sanremo nel
’99 e protagonista di numerosi musical di successo.

In seguito alle nozze con Olivier François, dirigente e attuale responsabile del marchio Fiat nel mondo, comincia a fare spola negli Stati Uniti, collezionando numerosi consensi e collaborazioni con artisti internazionali del calibro di Pittbull, Flo Rida, Shaggy e Will.I.am, noto membro e fondatore dei Black Eyed Peas. Vi riportiamo di seguito l’accurata analisi della cantante, che ci fa riflettere sulle principali differenze che intercorrono tra la mentalità italiana e quella americana e, soprattutto, sulle ragioni che ci hanno portato a passare da esportatori ad importatori di generi musicali che, in passato, abbiamo noi stessi ispirato.

Ciao Arianna, come valuti l’attuale scenario artistico italiano?

Credo che la musica, insieme al teatro, sia tra i pochi settori nel nostro Paese che si sta internazionalizzando, molto di più della televisione. In linea di massima, quello che vedo di negativo in Italia è un po’ di provincialismo e nepotismo. La raccomandazione esiste in tutto il mondo, anche negli Stati Uniti se conosci qualcuno di importante ti si aprono più porte e probabilmente hai più occasioni per esprimerti, ma la differenza la fa davvero il talento. L’occasione è aperta a tutti, ma se non dimostri all’audizione di che pasta sei fatto ti rimandano a casa. Su questo sono molto spietati, il loro unico obiettivo sono i soldi e scelgono in base alle regole del mercato, invece, noi siamo più sentimentaloidi e preferiamo agevolare un amico rispetto a qualcuno di più bravo.

Credi ci sia ancora meritocrazia?

Il nostro è un Paese pieno di talento, gli artisti che resistono sono obiettivamente i più bravi, la raccomandazione nel tempo non regge, è la questa la dura legge del nostro mestiere: sono tante le meteore che hanno successo una stagione, ma chi rimane alla fine è chi ha meritato quel posto a lungo termine, perché il pubblico non si lascia prendere in giro facilmente. La principale differenza che noto è questa, che si mescola il lavoro con la vita privata, questo gli americani non lo fanno, mentre noi italiani cerchiamo sempre di agevolare le persone a cui vogliamo bene. Questa concezione ci ha indebolito agli occhi del mondo, perché ci ha tolto la competitività, la voglia di migliorarsi, lasciando spazio alla rassegnazione.

Perché la musica italiana, oggi, non viene più esportata come in passato?

Credo che l’errore di fondo sia stato scimmiottare quello che loro sanno fare meglio di noi. I tenori americani non realizzano i sold out dei nostri, per il semplice motivo che non sono italiani, non hanno il nostro bel canto nel dna. Perchè tra la mozzarella di bufala fatta da loro e quella italiana sceglieranno sempre la nostra, perchè è più buona e lo riconoscono come un nostro prodotto. Ma se dobbiamo andare lì con qualcosa che non ci rappresenta e che, peggio ancora, sanno fare meglio loro, la conseguenza è che non ci considerano nemmeno.

Quali generi musicali si ascoltano prevalentemente negli Stati Uniti?

Tra i generi più tradizionali in voga in Nord America, anche tra i giovanissimi, c’è il country, che è molto nazional popolare e forse è l’unico tipo di musica più vicino alla nostra melodia, canzoni che hanno una struttura simile alla nostra. Dall’altra parte, invece, ci sono la dance e l’hip pop, che hanno solo ritmo ma non sono cantabili, spesso e volentieri non hanno nemmeno un ritornello, è un tipo di musica molto distante da noi, per questo il nostro rap viene italianizzato.

Dal punto di vista organizzativo, invece, da noi c’è molta più burocrazia. Non trovi che abbiamo un sistema meno snello del loro?

Personalmente, avendo la fortuna di lavorare sia in Italia che negli Stati Uniti, questa differenza la noto eccome. Qui mi ritrovo ad avere l’agenzia che si occupa delle radio, quella del web, quella della televisione, un’altra per il teatro, capisci bene che è un grande casino. Lì, invece, è una sola agenzia che si occupa di tutto e, anzi, si interfaccia direttamente con più persone possibili con un efficiente lavoro di coordinamento, curando addirittura anche la parte legale. Trovo che da noi ci sia un sistema davvero assurdo, per
non parlare dei costi che si raddoppiano e, talvolta, triplicano.

Provieni dal mondo del musical, credi che questa forma d’arte possa rappresentare in futuro un punto di forza per noi?

Anche se di matrice anglosassone, il musical si avvicina molto al nostro modo di esprimerci, in fin dei conti rappresenta una sorta di copia pop dell’Opera nostrana. Bisognerebbe inculcare nei nostri giovani questo tipo di cultura, perché purtroppo i numeri del teatro in Italia sono davvero bassi. L’unico residency show di successo, oltre Notre Dame de Paris, che abbiamo avuto nel nostro Paese è stato ‘La bella e la bestia’, dove c’ero anch’io. Al Teatro Nazionale di Milano è andato in scena per otto mesi di seguito, un record assoluto, ma a New York c’è stato per ben tredici anni, capisci bene che i numeri sono diversi. Il vero problema è riuscire a dimostrare a noi stessi, e di conseguenza poi a tutti gli altri, che noi siamo capaci e queste cose le sappiamo fare non dico meglio ma al pari degli inglesi, perché di talento ne abbiamo da vendere.

Pensi che sia una strada che possa riportare la cultura del made in Italy in cima al mondo?

Quello che ci manca è l’economia per realizzare produzioni come quelle di Broadway, oltre che maggiore sensibilizzazione affinché la gente vada a vedere gli spettacoli. Io amo il teatro e parlo con i miei colleghi e con i produttori, che purtroppo non hanno i soldi per pagarci. Il problema del pubblico italiano è che è stato educato dalla televisione a vedere roba di scarsa qualità, quando abitui un bambino a fare colazione ogni giorno con le merendine e ad un certo punto gli fai assaggiare una pesca… lui la sputa, eppure è più buona e più sana.

Cosa manca davvero al nostro Paese?

Non voglio sembrare troppo polemica, ma sono cose che purtroppo vivo e vedo tutti i giorni da anni. Non dico che in America sia tutto bello, anzi, ci sono tante cose che non vanno, perché fondamentalmente gli manca la nostra cultura storica. Onestamente, io ho avuto tanto dal mio Paese, se pensi a come ho cominciato la mia carriera, già quello sarebbe bastato per me per essere felice. Ho lavorato tanto, sia nella musica che nel teatro, e devo molto all’Italia, ma mi rendo conto che da anni si trova in stand-by, in una
ituazione di stallo, e che nessuno ha l’interesse di riportarlo allo splendore di un tempo.

Musicalmente parlando?

Non solo, anche in qualsiasi altro settore, purtroppo. Dal punto di vista discografico ci sono tre gruppi che comandano, se tu non fai parte di uno di loro sei considerato fuori dal giro, soprattutto per chi come me ha la fortuna di lavorare anche all’estero e di ritrovarsi per determinati periodi lontana dal nostro Paese. Da decenni siamo gestiti dalle stesse persone, purtroppo cambiano le poltrone ma non chi ci si siede sopra, tutto questo ci ha portato ad una sorta di limbo da cui ora sarà davvero difficile uscire.

Un’analisi più che pertinente…

Tutte queste cose non le dico perché non amo l’Italia, anzi, la difendo con i denti e nel mio piccolo cerco di rappresentarla e portarla avanti con la mia professionalità e il mio lavoro, Divento una furia quando ne sento parlare male o quando c’è troppa disinformazione, così come mi arrabbio con il mio Paese, che dovrebbe avrebbe meno burocrazia, meno nepotismo e più coesione, più voglia di dimostrare quello che sappiamo fare. Mi sono stufata di vedere così tanto talento sprecato, in tutti i settori purtroppo. Finché non la smetteremo con le solite dinamiche, continueremo sempre a scegliere le persone sbagliate. Gli unici metri di giudizio per ottenere un determinato ruolo dovrebbero essere l’idoneità e le capacità, non selezionare qualcuno in base all’amicizia, alla parentela, ai soldi, al sesso e altri squallidi motivi che nemmeno mi vengono in mente.

Cosa dobbiamo imparare dagli americani, cos’hanno in più di noi?

La praticità, la voglia e la capacità di fare davvero i soldi, ma non a discapito di qualcun’altro, come si usa fare da noi. Dopo un duro lavoro i risultati arrivano sempre, lo so che le scorciatoie sono più facili e comode da raggiungere, ma abbiamo perso il senso della meritocrazia. Un amministratore delegato americano guadagna tre volte quello che guadagna un italiano, ma sai perché? I contratti non sono come quelli italiani, ma molto meno complicati da sciogliere. Se non arrivi a determinati risultati vieni mandato a casa il giorno dopo, senza periodo preavviso, ricorsi e sindacati. Qui da noi, invece, interviene l’avvocato che gli fa riavere il suo bel posto di lavoro e da quel momento non lo schiodi più, anzi farà pure carriera e continuerà a rubare il suo stipendio.

Qual è il messaggio che vorresti lanciare al nostro Paese?

Non si tratta di un problema solo discografico purtroppo, se fosse solo quello lo accetterei e me ne farei una ragione, ma è tutto il sistema italiano che non va’. Viviamo nel Paese più bello del mondo, con una storia e una cultura che fanno da scuola, potremmo essere il popolo più ricco anche a livello economico se solo riuscissimo a cambiare la nostra testa e pensare in maniera diversa. E’ come se la donna più bella del mondo non si pettinasse, non si lavasse e non uscisse mai di casa. Le possibilità le abbiamo tutte, ci manca la voglia di cambiare veramente.

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