sabato, dicembre 16

Argentina, sottomarino Ara San Juan: cosa è successo? Ipotesi e speranze Intervista a Franco Iacch, analista accreditato con il Ministero della Difesa e con la NATO, che ha collaborato con i contingenti militari dell’Alleanza

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L’Ara San Juan, è il sottomarino argentino del quale non si hanno più notizie da mercoledì scorso. A bordo si trovavano 44 militari, tra cui la prima donna ufficiale del Sudamerica. È stato perso ogni contatto nel momento in cui il sommergibile stava risalendo la costa argentina verso nord, più precisamente sulla tratta di ritorno da Ushuaia verso Mar del Plata, a circa 400 chilometri a sud di Buenos Aires.

Da allora la sua scomparsa ha infittito il mistero e i media hanno dato diverse versioni sul caso: potrebbero essersi surriscaldate le batterie del sommergibile che avrebbero provocato l’emissione di un gas clorato mortale per l’uomo, o le cattive condizioni meteo potrebbero aver costretto il sommergibile a navigare in immersione, perdendo, così il contatto radio. Si è ipotizzato anche un blackout, e si è parlato addirittura di un incendio scoppiato a bordo, ma Enrique Balbi, portavoce della Marina Militare, ha smentito tutto, affermando che l’unica realtà attualmente è che il sommergibile risulta ancora disperso.

La Marina ha attivato le operazioni di ricerca, inviando unità militari nella zona dalla quale sono partiti gli ultimi messaggi dal San Juan, ed ordinando a tutte le stazioni della costa di ascoltare ogni possibile frequenza di trasmissione dal sottomarino. Cile, Regno Unito e Stati Uniti hanno dimostrato il loro sostegno, offrendosi di collaborare all’operazione di ricerca, e anche la NASA ha offerto al Governo argentino un aereo P-3 per sorvolare l’area sulla quale si stanno concentrando le ricerche.

Troppe domande sul caso, e ancora nessuna risposta. Per saperne di più abbiamo intervistato Franco Iacch, analista accreditato con il Ministero della Difesa e con la NATO, che ha collaborato con i contingenti militari dell’Alleanza, approfondendo i principali sistemi d’arma in dotazione.

 

Specificatamente a livello tecnico di che tipo di sommergibile si tratta?

Da quello che sappiamo il sottomarino Ara San Juan è stato avvistato l’ultima volta mercoledì scorso a poche centinaia di chilometri dalla Patagonia nel sud dell’argentina.  La marina argentina opera attualmente con due sottomarini a propulsione diesel-elettrica classe TR-1700 Santa Cruz, Santa Cruz è anche il nome del primo sottomarino perché, per convenzione il nome della prima unità diventa anche poi il nome dell’intera classe. La marina argentina ne ha due, il capo fila è il Santa Cruz, ed il secondo è il San Juan quello che purtroppo è il protagonista di quest’incidente. È stato costruito negli anni 80, per l’epoca era un progetto particolarmente avanzato, anche confrontando gli scarsi dati che ha diramato il Governo argentino, la classe TR-1700 dovrebbe consentire una velocità massima di 25 nodi, quindi siamo quasi sui 50 km/h in immersione ad una notevole profondità operativa che si attesta sui 300 metri. La sua autonomia dichiarata, stando sempre a quello che dice il Governo è di 30 giorni in immersione, ma anche questo è un dato che andrebbe valutato con attenzione. Il dislocamento del sottomarino in immersione è di quasi 2300 tonnellate, l’unità è lunga 66 metri. Ha anche la capacità di trasportare e sbarcare piccole squadre di reparti speciali sul territorio.

Quali sono le motivazioni della scomparsa? Quante sono le probabilità che questo sommergibile sia stato abbattuto? E quante quelle che abbia avuto un banale incidente?

Probabilmente potrebbe trattarsi di un problema di comunicazione con il sistema di alimentazione. Tutti i sottomarini moderni hanno un sistema di comunicazione satellitare di emergenza che funziona attraverso una radio boa, la si lancia dal sottomarino, questa sale di quota ed inizia a inviare segnali. Tuttavia ad oggi manca la triangolazione necessaria per appurare la sorgente. Ad oggi non abbiamo idea di dove si trovi l’unità. Poniamo che per assurdo, che tutte le apparecchiature di comunicazione interna del sottomarino fossero inutilizzabili o mal funzionanti, l’equipaggio avrebbe solo un modo per avvisare i soccorritori. Ovvero: battere qualcosa contro lo scafo di acciaio del sottomarino. Questa potrebbe essere una soluzione, ma noi di fatto questi dati non li abbiamo. Sappiamo soltanto che un qualche tipo di inconveniente potrebbe averli costretti a restare sul fondo, ma non sappiamo quale. La Gran Bretagna è giunta sul posto con la nave HMS Protector, navi e aerei di almeno 7 Paesi stanno setacciando l’Atlantico meridionale, tuttavia parliamo di migliaia di km quadrati in un area a largo della costa meridionale dell’Africa, famosa per le forti tempeste. Quindi è il contesto peggiore possibile.

Quali possono essere le criticità del sommergibile in questione?

Il San Juan è un sottomarino a propulsione diesel-elettrica, non a propulsione nucleare. Ciò significa che la vita sott’acqua è fortemente limitata. Per quello che sappiamo noi, il san Juan non è equipaggiato con la propulsione AIP, cioè propulsione indipendente dall’aria.

Secondo la marina argentina il sottomarino potrebbe restare in immersione per 30 giorni, ma questo è soltanto un dato. In realtà il tempo di immersione dipende da diversi fattori come ad esempio: l’ultima volta in cui l’unità ha effettivamente ricaricato le batterie ed effettuato il ricircolo dell’aria. Noi non conosciamo questi dati e Buenos Aires non li ha mai comunicati. Non conosciamo l’ultima volta in cui il San Juan ha avuto accesso all’ossigeno atmosferico. Per la navigazione in immersione un sottomarino utilizza la propulsione elettrica, che è garantita da accumulatori all’interno dello scafo, per la navigazione in superficie si utilizza la propulsione diesel che provvede alla ricarica degli accumulatori.  Quindi dopo che il sottomarino va in superficie e carica le pile, può scendere in immersione, e qui si attiva il propulsore elettrico. Un sottomarino diesel-elettrico non dotato di propulsione indipendente dall’aria, deve riemergere per sopravvivere, cioè ricaricare le batterie e rifornirsi di aria.  Questa è la sostanziale differenza con i sottomarini nucleari. Nella fortunata ipotesi che l’unità dovesse essere affondata con un’integrità strutturale dello scafo, e con ricarica e ricircolo dell’aria, effettuati pochi minuti prima dell’immersione, la scorta di ossigeno potrebbe bastare al massimo per 10 giorni, chiaramente con una pessima qualità dell’aria.

Un altro punto interrogativo sono la sua reale profondità, e la sua missione. Se si fosse trattata di una missione di intelligence? Il San Juan, in quel caso, avrebbe attuato tutte le contromisure necessarie, compresa quella che in gergo si chiama quota profonda per evitare il rilevamento, o potrebbe infine aver effettuato una rotta diretta.

Quali mezzi possono essere utilizzati per il ritrovamento?

Solitamente per identificare un sottomarino si utilizzano diversi asset, per l’ascolto passivo o il sonar attivo. Il sonar è efficace ma solo quando si cerca un sottomarino tra il fondale del mare e la superficie, non sul fondo dell’oceano. La soluzione potrebbe essere quella di mappare il fondale marino. Molti hanno scritto che il San Juan è stato costruito si negli anni 80 ma ha ricevuto dei nuovi motori e delle nuove batterie. A causa dell’espansione e della contrazione, dovuta al salire e scendere in profondità, gli scafi hanno una durata media di circa 30 anni. Quindi considerati gli anni che sono trascorsi, potrebbero anche esserci problemi nello scafo. Ma ammesso che lo scafo sia ancora intatto, a che profondità di schiacciamento potrebbe resistere? Alcuni hanno scritto 500-600 metri.

Questo è anche un problema che passa in secondo piano se consideriamo la zona. Se il sottomarino fosse situato sulla piattaforma continentale dell’Argentina, potrebbe trovarsi anche a profondità minori, ma se fosse affondato nell’oceano Atlantico, profondità e pressione non lascerebbero scampo.

Sappiamo che 7 chiamate sono state effettuate verso diverse basi del comando argentino. Ma ancora oggi non sappiamo ricollegare queste chiamate al sottomarino, né tanto meno possiamo triangolare la sua posizione. Per triangolare quella posizione sarebbe necessario schierare nell’area delle unità con tecnologia chiamata multi beam. La tecnologia multi beam è utilizzata per eseguire rilievi barimetrici, per capire la profondità e la posizione cartografica. Quindi bisognerebbe schierare tale tecnologia per consentire di analizzare le strutture del fondale anche di ridotte dimensioni, così da permettere una rappresentazione dettagliata. È una lotta contro il tempo. Mettiamo per ipotesi che il sottomarino venisse identificato adesso, a circa 70 metri, posizione ottimale. In realtà servirebbe del tempo per transitare nella zona e trasferire i mezzi di soccorso. Ci vuole il tempo materiale per trasferire questi pezzi sulla nave e dalla nave raggiungere la zona operativa. Ogni secondo è prezioso e le scorte di ossigeno continuano a diminuire. Un’altra variabile da considerare è la posizione dello scafo, che molti hanno sottovalutato. La posizione deve essere compatibile con le strutture di salvataggio. Se il sottomarino si trovasse ad angolo acuto, ad esempio, l’attacco sarebbe problematico. Non dimentichiamoci che il fondale non è piatto. Gli Stati Uniti hanno avvertito il Rescue Command di San Diego in California che ha schierato l’SRC, il submarine rescue chamber e il PRM.  L’SRC è una sorta di campana che viene adagiata su uno dei boccaporti del sottomarino che hanno una camera stagna, grazie alla quale l’equipaggio riesce a trasferisci nell’altra e risalire di profondità.

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