lunedì, luglio 23

Arabia Saudita: un anno di Bin Salman Dal 21 giugno 2017 al 21 giugno 2018: cosa è cambiato?

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Sugli spalti dello stadio Lužniki di Mosca, non più tardi di una settimana fa, Mohammed bin Salman assisteva alla partita inaugurale del Mondiale di calcio di Russia 2018, in cui la sua Arabia Saudita affrontava i padroni di casa, venendo sconfitti per 5 reti a 0. Il principe ereditario era seduto a fianco del Presidente della FIFA Gianni Infantino e del Presidente russo Vladimir Putin, con i quali è stato più volte ripreso a scherzare e a sorridere, mal celando l’imbarazzo per la non scintillante prestazione dei sauditi.

Al di là dei sorrisi e dei siparietti, Mohammed bin Salman è arrivato proprio ieri a compiere un anno dalla propria ascesa alle luci della ribalta politica saudita e mondiale. Il 21 giugno del 2017, il re saudita Salman, suo padre, aveva affidato al suo secondogenito il titolo di principe ereditario, togliendolo a suo nipote Mohammed bin Nayef, considerato però troppo favorevole all’Occidente dal consiglio dei principi sauditi. Bin Salman aveva già avuto esperienze come Ministro degli Difesa, responsabile della sanguinosissima guerra in Yemen e ideatore del progetto Vision 2030, che, nel suo primo anno da principe ereditario, ha, in effetti, iniziato a far vedere i suoi primi, piccoli effetti.

Come ci si poteva aspettare, questo cambio improvviso di rotta non poteva non lasciare vittime sul campo e non essere l’occasione per un regolamento di conti interno. Si è iniziato dall’ex principe ereditario bin Nayef che, una volta destituito, è stato allontanato dal ruolo di Ministro dell’Interno che ricopriva, per arrivare a quando, nel novembre dell’anno scorso, una vasta retata anti-corruzione ha portato all’arresto di 11 principi sauditi e 38 ex ministri, fra cui il responsabile del dicastero economico, contrario al progetto Vision 2030, tanto voluto e caldeggiato dal principe. Bin Salman ha fatto così piazza pulita dei suoi avversari interni, per poter meglio portare avanti il suo progetto politico, che si dipana lungo due direttrici: quella interna, volta alla modernizzazione e all’apertura dell’Arabia Saudita al mondo, e quella estera, con l’obiettivo di contrastare l’Iran nei vari campi interessati e di espandere l’influenza saudita nel Medio Oriente.

La modernizzazione dell’Arabia Saudita investe trasversalmente diversi settori della società: dagli aspetti meno strategici, ma dal fortissimo impatto simbolico, a quelli più importanti da un punto di vista meramente economico, finanziario e tecnologico. Durante questo primo anno, infatti, alle donne sono state concesse, per la prima volta, una serie di libertà prima sconosciute: potranno (da questa domenica) mettersi al volante, avranno (seppur limitata) libertà di partecipazione agli eventi pubblici, come, ad esempio, le partite. Grande clamore ha suscitato in Occidente la riapertura dei cinema, dopo 30 anni, a cui si accompagna un grande progetto di apertura al mercato occidentale: l’accordo con AMC, per la costruzione di sale cinematografiche, è solo la punta di un iceberg interamente dedicato alla crescita dell’industria dell’intrattenimento saudita. Si sono tenuti concerti di artisti americani, eventi legati alla cultura pop, con l’obiettivo di attrarre pubblico, investimenti e creare una nuova fonte di entrate per uno Stato fortemente dipendente dall’industria estrattiva del petrolio. L’obiettivo di Vision 2030 è proprio quella di recidere gradualmente i cordoni di questa dipendenza dall’oro nero e l’accordo di Saudi Aramco con Google va proprio in questa direzione. L’azienda di Mountain View, infatti, costruirà un polo tecnologico in territorio saudita, in collaborazione con la compagnia nazionale di idrocarburi. Il progetto è molto ambizioso: una volta portato a termine, il progetto prevedrebbe l’istituzione di una vera e propria Silicon Valley saudita.

Da un punto di vista più strettamente legato alla politica estera, il principe ereditario bin Salman si è mosso accentuando le occasioni di contrasto contro l’Iran, nemico storico del Regno. La guerra in Yemen, da lui iniziata già in un periodo precedente alla sua nomina a erede al trono, è stata portata avanti, con scarso successo: l’appoggio al Governo legittimo in chiave anti-Houti – sostenuti da Teheran – sembra essersi arenata in una situazione di stallo, con i sauditi che continuano ad attaccare e i ribelli che resistono strenuamente, con scarsi avanzamenti. Da quattro anni a questa parte, la situazione nel sud della penisola arabica è sempre più difficile. Guardando a est, nel corso dell’anno, bin Salman ha avuto a che fare con il Qatar, che è stato isolato da un punto di vista diplomatico, politico ed economico da molte potenze dell’area (Egitto, Bahrain ed Emirati Arabi, oltre all’Arabia), con il piccolo emirato che ha cercato, trovandolo, appoggio dalla Turchia e dall’Iran.

Allargando la prospettiva all’Occidente, seppur preferito a bin Nayef, a causa delle simpatie pro-occidentali di quest’ultimo, anche il principe ereditario ha concesso qualche apertura agli Stati Uniti d’America. Oltre ai già citati accordi economici con Google e con AMC, anche sul piano diplomatico bin Salman sembra muoversi in discreto accordo con gli USA, avendo trovato nell’amministrazione Trump e, soprattutto, in Jared Kushner, genero del Presidente americano, un buon interlocutore. Teatro di questa vicinanza è stata la questione dello spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, con riconoscimento americano di quest’ultima come capitale di Israele. Secondo alcuni osservatori, infatti, dietro lo spostamento della sede diplomatica, ci sarebbe un progetto più ampio che dovrebbe portare alla creazione di uno Stato palestinese e alla risoluzione dell’annosa questione: questo complessa ma ambiziosa idea ci sarebbero degli approfonditi dialoghi fra bin Salman e Kushner. D’altronde, che Arabia Saudita e Stati Uniti di Trump erano piuttosto vicini era già chiaro dal viaggio del Presidente a Riad, accolto dal Re con ogni onore. E, se è vero che ‘il nemico del mio nemico è mio amico’, non deve sorprendere che con bin Salman si siano registrati contatti fra Arabia Saudita e Israele, ovviamente in chiave anti-Iran.

Schiacciare l’intera politica estera di bin Salman unicamente in chiave anti-iraniana è limitante, ma non si può nascondere come il confronto con quello che è il nemico storico giochi un ruolo fondamentale nella definizione delle strategie internazionali del Regno. Basti pensare che il principe ereditario non ha esitato a definire Ali Khamenei come il ‘nuovo Hitler’, minacciando di dotare l’Arabia Saudita dell’arma nucleare, nel caso in cui l’Iran dovesse farlo.

Il primo anno del principe ereditario si è appena concluso. Senza dubbio, il suo ingresso sulle scene ha rappresentato una netta svolta rispetto agli anni passati, con un Arabia Saudita che vuole ottenere un ruolo chiave sul piano internazionale (e non solo regionale) e creare le basi per un Regno più moderno, con una prospettiva rivolta al futuro. Riuscirà a portare a termine i suoi piani? Ai posteri l’ardua sentenza.

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