lunedì, giugno 18

Arabia Saudita: nucleare ad uso civile o (anche) militare? L'Arabia Saudita non avrebbe interessi militari a breve, ma nel lungo periodo lo scenario potrebbe cambiare e molto dipenderà da come evolverà il nucleare iraniano

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Sviluppare il nucleare civile, quale valida alternativa alla dipendenza dal petrolio, tenendo d’occhio l’infuocato scenario del nucleare militare -sempre più al centro delle agende delle cancellerie di tutto il mondo, guardando in direzione Corea del Nord ma anche Iran, in queste ore proprio l’Iran è il protagonista del capitolo nucleare con la decisione che il Presidente americano Donald Trump è chiamato a prendere in relazione all’accordo sul nucleare del 2015.

Dopo gli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno già avviato il loro primo reattore operativo entro il 2018, l’Arabia Saudita è la seconda Nazione del Golfo ad avere ambizioni nucleari. Grazie al programma Saudi Vision 2030, annunciato per la prima volta dal principe Mohammad Bin Salman nell’Aprile 2016,  il regno saudita ha elaborato un programma di sviluppo nucleare sia per affrancare il Paese dalla dipendenza dal petrolio, sia per portare la regione verso l’autodeterminazione e autosufficienza energetica.

All’interno del programma di sviluppo atomico promosso dal principe wahabita, la produzione di combustibile atomico per scopi civili rappresenta uno dei punti chiave, e già entro la fine del 2018 è prevista la conclusione del bando che assegnerà il progetto di costruzione dei primi due reattori nucleari. Oltre alle prime due centrali, il programma di auto-sufficienza energetica e nucleare, passa attraverso la costruzione di 16 reattori nucleari pianificati per la fine del 2030, che andranno a coprire il 30% del fabbisogno energetico nazionale. Per la leadership del regno si tratta di uno step fondamentale in direzione dell’auto-sufficienza energetica, che permetterà all’Arabia Saudita di competere con il rivale nella regione, l’Iran, in termini di produzione nucleare e di raggiungere l’obiettivo di diventare la potenza dominante nella regione Medio Orientale.

Per il funzionamento ed il potenziamento dei reattori, l’Arabia Saudita ha sviluppato un piano sul territorio nazionale per l’estrazione di uranio arricchito al 5%, la quale estrazione però, oltre a rappresentare un «vantaggio economico», come dichiarato nel programma, richiede la partecipazione di interventi esteri per quanto riguarda la strumentazione e la tecnologia. Già nel marzo ed agosto scorso infatti, la China National Nuclear Corporation (CNNC) ha stretto un accordo con la Saudi Geological Survey per incominciare l’esplorazione delle riserve d’uranio sotto il territorio saudita. Oltre alla Cina, nel progetto saudita sono presenti altre compagnie industriali di Paesi costruttori come Corea del Sud, Francia, Giappone e Stati Uniti.

Proprio gli Stati Uniti, ed in particolare il Presidente Trump, hanno più volte fatto intendere gli interessi americani nella produzione nucleare saudita, andando così contro le decisioni delle precedenti Amministrazioni che, al contrario, ritenevano il potenziamento nucleare saudita una minaccia per la stabilità del Medio-Oriente. L’Amministrazione Trump, infatti, si è resa disponibile ad aiutare l’Arabia Saudita nelle estrazioni di uranio come parte dell’accordo che assicurerebbe la costruzione e la progettazione dei reattori nucleari arabi a diverse compagnie americane, tra cui la Westington Eletric Company LLC (WEC), una delle più importanti società nel campo dell’energia nucleare a livello mondiale, dichiarata fallita lo scorso marzo a causa di 9miliardi di dollari di perdite derivanti dal settore delle costruzioni di reattori nucleari in South Carolina.

Le autorità wahabite hanno più volte dichiarato che gli obiettivi nucleari elencati nel programma Saudi Vision 2030, hanno scopi puramente civili e mirano solamente alla ‘diversificazione’ delle fonti di approvvigionamento energetiche per uso interno. Tuttavia, la lunga cooperazione tra il regno Saudita e il Pakistan, produttore e possessore di armi nucleari, ha creato molte speculazioni sull’utilizzo della futura energia nucleare saudita, che potrebbe portare ad una significativa destabilizzazione della regione Medio Orientale.
L’ex ambasciatore pakistano in America, Husain Haqqani, ha più volte confermato le strette relazioni tra i due Stati, e le collaborazioni militari anti-sovietiche in Afghanistan durante gli anni ’80 avrebbero permesso al regno wahabita di avere accesso verso alcune riserve nucleati militari pakistane. Inoltre, anche l’ex Primo Generale del Pakistan Feroz Hassan Khan, autore tra le altre di un libro storico sui programmi nucleari pakistani, ha confermato l’interesse militare della regione saudita, facendo riferimento agli ingenti finanziamenti che l’Arabia Saudita ha destinato nella casse pakistane affinché potessero continuare i programmi di sviluppo atomico e nucleare, che andavano contro le sanzioni economiche imposte dagli americani nel 1998, proprio a causa della disponibilità del Pakistan di armi nucleari.
Oltre a queste speculazioni, vi sono le considerazioni di un importante istituto di sicurezza americano. Nel marzo scorso, il Washington Institute for Science and International Security ha, infatti, pubblicato un documento nel quale viene negata ogni possibile evidenza del rifornimento di armi nucleari dal Pakistan all’Arabia Saudita. Tuttavia, non si esclude che lo Stato pakistano potrebbe aiutare il regno saudita in termini di «equipaggiamento, materiali e strumenti di potenziamento». Inoltre, si legge nel documento, «non è chiaro se ci sia stata una cooperazione tecnologica tra i due Stati, ma non si esclude che in futuro il regno wahabita potrebbe finanziare lo sviluppo dell’estrazione di uranio arricchito in Pakistan, sia per ragioni civili che militari».

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