lunedì, novembre 20

Apologia del Fascismo: le leggi ci sono, applicatele

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Non è facile capire – e ancor meno spiegare – quello che accade. Un paio di giorni fa un quotidiano, ‘La Repubblica‘ rivela che a Chioggia un nostalgico di Mussolini e del regime fascista tappezza di slogan razzisti e demenziali lo stabilimento balneare di cui è esercente, e delizia i bagnanti con discorsi inneggianti al Duce, un repertorio di volgarità che confermano quanto sia vero il detto: la madre degli imbecilli è sempre incinta. Anche se in questo caso è imbecillità e volgarità al quadrato.

Fa bene la Digos ha intervenire, fanno benissimo a revocare la licenza all’esercente, anche se sarebbe opportuno chiedersi come mai i frequentatori dello stabilimento non abbiano mai trovato nulla da ridire. Erano della stessa pasta dell’esercente? Episodio, certo da non sottovalutare; ma sicuri che vada affrontato come pare si voglia fare? Pare infatti impellente il varo di una nuova legge contro l’apologia di fascismo; ma scusate, non c’è già? E’ la cosiddetta legge Scelba; e accanto alla legge Scelba c’è la cosiddetta legge Mancino. Le si applichi. Basta farlo: prevedono tutto, consentono di sanzionare e punire tutto. Non c’è bisogno d’altro. E’ come un cartello dove c’è scritto: ‘E’ vietato’. Non c’è bisogno di aggiungere: ‘E’ severamente vietato’.

Il direttore de ‘Il DubbioPiero Sansonetti, lunga militanza nella sinistra, solida fama di garantista, ha ragione: «Quando si fa una legge che prevede la punizione dei reati di opinione non si fa mai un passo avanti verso il miglioramento e l’ammodernamento dello Stato di diritto. Uno stato moderno e liberale non dovrebbe prevedere nessun tipo di reato di opinione. Una società matura e consapevole sa come combattere le opinioni non democratiche».

Miglioramento e ammodernamento dello Stato di diritto…

Questa storia la racconta l’avvocato Fabio Valcanover, di Trento: «Il 28 aprile la VI Sezione della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso da me proposto nell’interesse di un sessantatreenne di Trento condannato per la coltivazione di tre piante di canapa destinate all’uso terapeutico. Resi pubblica la notizia prima dell’udienza della Suprema Corte di Cassazione. In primo grado – ricordo – l’uomo era stato assolto in base alle valutazioni – riportate in sentenza: ‘…le piante sono solo tre; e come si è visto gli effetti della loro assunzione avevano natura e finalità terapeutica, e non stupefacente in senso proprio’».

La Procura interpone appello, ritiene non condivisibile il riconosciuto uso terapeutico della cannabis coltivata dall’uomo; per precisione, le parole utilizzate nell’atto di appello sono: «… pare el tutto incomprensibile, quantomeno al PM appellante, l’indicazione per cui gli effetti dell’assunzione delle tre piamte avevano ‘natura e finalità terapeutica, e non stupefacente in senso proprio’…».

«La Corte di Appello di Trento» spiega l’avvocato Valcanover, «aveva riformato la sentenza di primo grado riconoscendo rilevanza penale nella condotta del sessantatreenne che difendo. Per dolerci del mancato riconoscimento della causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto (art. 51 cp) nella condotta dell’uomo, abbiamo presentato ricorso per Cassazione, che respinge il ricorso con una sentenza le cui motivazioni non risultano ancora depositate».

Intanto, cosa accade? Il 10 maggio è notificato l’ordine di carcerazione: il sessantatreenne ha già presentato richiesta di misure alternative. Nel frattempo l’uomo, che dovrebbe curarsi con la cannabis per l’inefficacia delle terapie convenzionali, affronta nuove difficoltà: reperire il Bediol prescritto dai medici dell’A.P.S.S. è assai difficile: dall’Olanda le forniture di Bediol non arriveranno fino a ottobre.

Dunque? «Per l’uomo, condannato e in attesa della decisione del Tribunale di Sorveglianza, l’alternativa sarebbe quella ventilata nei motivi di appello: cercare la cura nel mercato illegale…Ci siamo rivolti, quindi, al Presidente della Repubblica per chiedere la grazia, con istanza invita oggi».

Ecco: questo tipo di problematica, che riguarda molte più  persone di quanto non si creda, questa sì andrebbe affrontata e risolta con urgenza. Per questa problematica si attende che il Parlamento, il Governo, il ministro della salute e della giustizia intervengano con tempestività.

La sua vicenda ce la siamo scrollata di dosso, con una infastidita alzata di spalle. E’ invece paradigmatica; e inquietante. Dovrebbe inquietare. E che non inquieti accresce l’ inquietudine.

Dopo 25 anni di umiliazioni ,sofferenze, condanne, rivelatesi infondate, il generale Bruno Contrada, 86 anni, ha visto riconosciuta dalla Cassazione la sua non condannabilità, non foss’altro perché il reato di concorso esterno mafioso, all’epoca dei fatti a lui ascritti, non era definito in modo chiaro. Tuttavia Contrada ha scontato dieci anni di carcere, linciato e ferito a morte  da esecuzioni mediatiche indegne di un Paese civile. Lo scandalo consiste nel fatto che  per concludere questo lunghissimo iter giudiziario ci sono voluti ben 25 anni.

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