sabato, luglio 21

America Latina: 2018, anno di elezioni … e la sinistra? Come si preparano le sinistre dei diversi Paesi sudamericani alle elezioni del prossimo anno?

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In America Latina, la crisi economica, la corruzione, ed ora, gli sconvolgimenti hanno messo fine in particolare alla sinistra di due Nazioni che un tempo sembravano in procinto di condurre una nuova era: il Brasile e il Venezuela.
Nei primi anni del XXI secolo, Venezuela e Brasile cercarono di liberarsi da secoli di dominio statunitense. Il venezuelano Hugo Chávez e il brasiliano Luiz Inácio ‘Lula’ da Silva sono stati ‘modello’ di una giovane generazione di capi di Stato sudamericani. Chávez e la sua rivoluzione Bolivariana -intitolata al suo eroe Simón Bolívar il leader indipendentista venezuelano- acquistò alleati attraverso ‘omaggi’ petroliferi e appoggiò regimi come l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. La politica estera pragmatica del Brasile, al contrario, era incentrata sulla riforma di un nuovo ordine mondiale, cercando in particolare di democratizzare le istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite e il Fondo monetario internazionale (FMI), con il Brasile come principale beneficiario.


Questi sogni fuori misura sono stati alimentati dalle personalità altrettanto ‘fuori misura’ di Lula e Chavez, ma sono stati anche incoraggiati da un boom economico che però non è durato a lungo. I loro successori, infatti, sono stati costretti a ridurre le loro ambizioni in seguito al crollo del prezzo delle materie prime. Una crisi economica che ha generato automaticamente una crisi del sistema politico, dunque delle sinistre latine. Una ‘marea rosa’, com’è stata denominata da diversi analisti e politologi, che sta scomparendo, in parte a causa di una profonda crisi economica, in parte a seguito di una naturale ciclica alternanza democratica. Diverse le manifestazioni di questa crisi delle sinistre sudamericane anche nel 2017: in Cile la vittoria alle presidenziali del milionario conservatore Sebastian Piñera, o le contestazioni dopo la vittoria con solo il 51% dei voti del Presidente Lenìn Moreno in Equador, accusato dal leader di centro destra Guillermo Lasso di brogli riguardanti le votazioni. Senza parlare poi di quanto avvenuto in Brasile: la destituzione di Dilma Rousseff dalla Presidenza del Brasile, sostituita da Michael Temer, alla fine di un lungo processo per impeachment iniziato nel dicembre del 2015. La Rousseff era stata accusata già nel 2014, quando il suo partito, il Partito dei Lavoratori di centrosinistra, fu coinvolto nel caso di corruzione ‘Petrobras‘, la compagnia petrolifera statale brasiliana. E poi le proteste,  in occasione del suo giuramento da ministro della Casa civile, contro Luiz Inacio Lula da Silva, anche lui al centro di scandali per corruzione. Giuramento poi sospeso dalla Corte Suprema perché caratterizzato da “irregolarità” e perché possibile strumento di  “intervento indebito nell’attività della polizia, dei pm e della magistratura”.

Abbiamo chiesto a Nicola Bilotta, ricercatore ricercatore all’ISAG (Istituto di Alti Studi di Geopolitica e Scienze ausiliari) con specializzazione in Sud America e Africa. : quali sono stati gli aspetti comuni alle sinistre in Sud America? E quali le differenze?

Il grande ceppo della sinistra latina si rifà a quell’ideologia in cui lo Stato fa da garante per una politica redistributiva dall’alto. Dobbiamo tenere in considerazione l’evoluzione storica di questi Paesi. Molti di questi Paesi hanno avuto regimi autoritari, dittatoriali fin dopo la seconda guerra mondiale. Per cui, ovviamente, questi tipi di Stati non hanno concesso a gran parte della popolazione di beneficiare dello sviluppo economico, e soprattutto di quelle che sono le grandi istanze della democrazia. Ci sono molti studiosi che definiscono tre grandi ceppi della sinistra latina: i social democratici, come Lula in Brasile, quelli definiti ‘populisti’ che sono i leader che vengono dai grandi partiti dei lavoratori, ed infine ci sono i grandi leader personalistici che creano un partito ‘nuovo’ che si rifà all’ideologia di uno Stato ‘forte’, contro il libero mercato e le grandi aziende che monopolizzano il mercato ‘rubando’ risorse alla popolazione. Un esempio di quest’ultima categoria è Chàvez in Venezuela. Io aggiungerei un’altra categoria: quella dei leader che vengono dai grandi movimenti popolari sociali, come Morales in Bolivia. Queste differenze non sono da poco, proprio perché riflettono un approccio pragmatico alla politica economica completamente differente. Ad esempio, guardando com’è stato privatizzato il petrolio, in Brasile Lula ha sempre portato avanti questa politica economica ‘ibrida’ in cui lo Stato ha sempre avuto un ruolo fortissimo nella lavorazione del petrolio, ma allo stesso tempo ha sempre permesso in quote minoritarie la partecipazione di compagnie estere. Quindi c’è una mediazione tra nazionalizzazione delle risorse naturali e sfruttamento delle stesse da parte delle grandi compagnie petrolifere, o di altri settori economici nell’economia brasiliana. Questo ha portato sicuramente ad un maggiore sfruttamento delle risorse petrolifere nel Paese. D’altro canto, se invece guardiamo il Venezuela di Chàvez, la privatizzazione e la nazionalizzazione del petrolio passa attraverso lo Stato che ha utilizzato la risorsa naturale del petrolio per finanziare le politiche pubbliche. Quindi, le esperienze latine sono tutte differenti, proprio perché differente è la storia e lo sviluppo politico economico degli stessi. Sicuramente, però, la concezione comune è quest’idea che lo Stato debba dall’alto permettere delle politiche redistributive in modo che tutta la popolazione possa beneficiare della crescita economica, e non solamente le fasce più forti e più ricche della popolazione stessa.

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