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Finanza innovativa

Allargare i confini del Crowdfunding

Parla Fabio Allegreni, fondatore di Crowd Advisors: servono modifiche normative per farlo crescere

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La parola crowdfunding è composta da ‘crowd‘, cioè folla e ‘funding‘, che sta per finanziamento. Significa dunque letteralmente ‘finanziarsi attraverso la folla’. Un concetto molto simile a quello ben più antico di ‘colletta’, se non per una differenza fondamentale: il collegamento tra iniziative da finanziare e finanziatori avviene attraverso una piattaforma web, la cosiddetta piattaforma di crowdfunding. Il vantaggio è naturalmente in termini di ampiezza della portata, dato che via web è molto più facile ingaggiare un numero elevato di persone.
Altro vantaggio è che la piattaforma consente anche di semplificare il processo di versamento dei fondi, sgravando chi propone l’iniziativa dagli oneri tecnici legati alla gestione di carte di credito, bonifici e altro.

Fatta questa premessa, le cose sono un poco più complesse di così: esistono, infatti, ben quattro tipi differenti di crowdfunding: il finanziamento come puro dono da cui non ci si aspetta nulla in cambio (Donation); il finanziamento da cui deriva un premio commisurato all’importo donato  -il premio può essere materiale, ad esempio un gadget o un prodotto, o immateriale, come la citazione del nome del donatore in un elenco ufficiale-  (Reward); il terzo tipo è in realtà un prestito che verrà restituito nel tempo con un interesse. Non si tratta più, quindi, di una donazione, ma di un investimento (Lending); infine, c’è quel finanziamento che dà diritto a quote della società che richiede i fondi. Chi finanzia diventa cioè socio, puntando sulla capacità dell’impresa di aumentare il proprio valore nel medio termine (Equity).

Anche se in Italia il giro d’affari del crowdfunding è per ora irrisorio rispetto ai numeri del mondo anglosassone, dove il fenomeno è nato, il nostro Paese ha regolamentato il fenomeno già da tre anni e sul web sono nate in poco tempo più di 20 piattaforme ufficiali. Recentemente si è costituita poi anche l’associazione di settore per quanto concerne le attività di equity crowdfunding, l’AIEC, a cui hanno aderito otto piattaforme con l’obiettivo di avviare al più presto un dialogo con le istituzioni politiche e con le Autorità finanziarie per catalizzare l’attenzione su queste realtà e le loro richieste.

In particolare l’intreccio con l’attualità politica è evidente se si guarda al crowdfunding culturale e alle sue molteplici applicazioni, dalla tutela del patrimonio pubblico artistico, fino alla produzione indie o all’organizzazione di rassegne culturali. Tra l’altro il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, guidato dal febbraio 2014 da Dario Franceschini, ha introdotto circa un anno fa una norma che sembra fatta apposta per creare una miscela esplosiva con la crescente cultura del crowdfunding. Si tratta del cosiddetto Art bonusun’agevolazione fiscale che consente la detrazione dalle imposte fino al 65% dell’importo donato a chi effettua erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano.

Per capire meglio i contorni generali del ‘finanziamento di massa’ oggi in Italia -ma anche le possibili sinergie con l’art bonus- abbiamo contattato Fabio Allegreni, partner di Crowd Advisors e animatore del più completo portale di informazione sul crowdfunding.

Il crowdfunding contiene in sé almeno quattro tipi diversi di finanziamento. Come sono normati questi fenomeni in Italia?

Donation e Reward non sono regolamentate in quanto pure donazioni. Lending ed Equity crowdfunding, invece, essendo forme di investimento, devono essere regolamentate per tutelare l’investitore. Il Lending è regolato dal Testo unico bancario (Tub) e una piattaforma per operare deve ottenere l’autorizzazione di Bankitalia. L’Equity crowdfunding è, invece, normato da un apposito regolamento, emanato da Consob nel 2013 e facente riferimento a una legge del 2012, la quale ha istituito le ‘start up innovative’, unico tipo di impresa cui è consentito accedere a questo tipo di finanziamento.

Quali sono le prospettive del crowdfunding, tenendo conto del particolare tessuto produttivo italiano, formato principalmente da Pmi?

Per quanto riguarda il Lending crowdfunding, al momento in Italia ci sono solo due piattaforme, entrambe dedicate ai prestiti tra privati. In autunno verrà invece lanciata una piattaforma, BorsadelCredito.it, che consentirà ai privati di effettuare prestiti direttamente alle imprese, disintermediando le banche e rendendo così un enorme servizio alle Pmi. Nel mondo il Lending è la formula di maggiore successo, con 11 miliardi di dollari erogati nel 2014. Invece, l’Equity Crowdfunding in Italia è nato male, essendo limitato alle ‘Start-up innovative’. Da marzo di quest’anno invece il Governo, con l’approvazione dell’Investment Compact, ha fatto un grande passo avanti e lo ha esteso alle ‘Pmi innovative’, consentendo dunque a un numero potenzialmente elevato di Pmi che hanno progetti di crescita e sviluppo di non rinunciare ai propri piani, ricorrendo a una forma di finanziamento alternativa al credito bancario.

E proprio sull’Equity crowdfunding le realtà del settore hanno avanzato, tramite la neonata associazione di categoria AIEC, una serie di proposte di modifica al regolamento Consob: quali sono le criticità maggiori della normativa al momento?

Purtroppo il regolamento Consob si è concentrato moltissimo sulla tutela del risparmiatore, il che va bene, ma non quando un eccesso di regole ne limita fortemente la possibilità di investire. In particolare, Consob aveva in testa un profilo di investitore molto basso in termini reddituali, disposto a investire meno di 500 euro. In realtà è dimostrato sia a livello europeo che a livello italiano che l’investimento medio è tra i 4 e gli 8 mila euro. Ora Consob impone a chi investe più di 500 euro di sottoporsi a un questionario per profilare la sua capacità di investire (Mifid) che va firmato manualmente e consegnato fisicamente alla banca incaricata di gestire gli ordini di acquisto. Fatto ciò, se l’utente ne ha ancora voglia, torna a casa e dispone un bonifico. Ma perché da investitore devo farmi profilare da una banca che non conosco? E se nella mia zona o nella mia città non c’è uno sportello di quella banca? E se sono un cittadino europeo che non vive in Italia, cosa faccio? Ecco, AIEC (l’associazione delle piattaforme italiane di equity crowdfunding) chiede dei correttivi a questa norma paradossale che limita fortemente gli investitori. Per esempio alzando a 10 mila euro la soglia di esenzione dalla procedura Mifid. L’altro punto critico è che per chiudere un round di finanziamento occorre che il 5% sia sottoscritto da un investitore professionale (banche o Società d’intermediazione mobiliare o Incubatori certificati). Ora, banche e SIM hanno le loro strategie di investimento in capitale di rischio, spesso molto consistenti. Perché dovrebbero stravolgere le proprie strategie e imbarcarsi in complicate procedure interne per finanziare poche migliaia di euro? Questo limite è solo una complicazione burocratica che non dà nessun vantaggio agli altri investitori. AIEC quindi chiede che, quanto meno, venga allargata la definizione di investitore qualificato come ‘professionale’. Per esempio includendo i business angels.

Qual è il giro d’affari del crowdfunding oggi?

Secondo uno studio della Cambridge University, nel 2014 il crowdfunding in Italia avrebbe generato 8,2 milioni di euro. Probabilmente è una cifra sottostimata, in quanto alcune piattaforme potrebbero non avere fornito i dati; ma anche se fosse il doppio, l’ordine di grandezza in Germania, Francia e Spagna è superiore ai 100 milioni. In UK addirittura arriviamo a circa 2,3 miliardi.

Si parla molto di crowdfunding culturale, ma quanti soldi girano attorno a questo fenomeno?

Per quanto riguarda il crowdfunding nel settore della cultura, non posso fornire stime dettagliate, ma in Italia non possono che essere riferite a progetti di Donation o Reward crowdfunding. Ne deriva che le iniziative finanziate sono mediamente molto limitate, nell’ordine di qualche migliaio di euro, ma ci sono alcune eccezioni rilevanti, come il restauro del Portico di San Luca a Bologna, che ha raccolto oltre 300 mila euro.

Ma quindi per quanto riguarda il crowdfunding culturale, quali sono le differenze tra crowdfunding e sponsorizzazione?

La sponsorizzazione è la formula per cui una o poche aziende donano dei fondi per un’iniziativa a fronte di visibilità del proprio marchio. Quindi, tipicamente, una sola donazione ma di grande entità. Nel crowfunding (donation o reward), al contrario, le donazioni sono molte e di più piccola entità. Ma le due cose in realtà si possono anche fondere. In una campagna di reward crowdfunding per esempio per il restauro di un edificio storico, chi promuove l’iniziativa potrebbe definire, in cambio di donazioni di importo più elevato, una scala di ‘reward’ che preveda l’esposizione del proprio nome, marchio o brand. In tal modo, avremmo una sorta di sponsorizzazione diffusa, e, oltretutto, co-finanziata con importi più piccoli dal crowd. Sarà più facile trovare 10 sponsor da 10 mila euro o uno da 100 mila?

Il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha di recente introdotto l’art bonus, che prevede un credito d’imposta per le erogazioni liberali in denaro a sostegno della cultura e dello spettacolo. Cosa ne pensa, con riferimento alle possibili ripercussioni sul vostro settore d’azione?

L’art bonus, essendo molto mirato, è un’iniziativa utilissima e rappresenta un incentivo molto forte per i cittadini a sostenere il nostro patrimonio culturale e anche a sollecitare nuove iniziative. Poiché è fruibile da chiunque doni fondi a favore di iniziative culturali, si applica benissimo a chi lo fa attraverso il Donation o il Reward crowdfunding. Bisogna comunque tener presente che queste forme di crowdfunding hanno una fortissima componente emotiva e, dunque, le campagne, possono avere più o meno successo in funzione della capacità che hanno di sollecitare l’interesse e coinvolgere le comunità di riferimento, per esempio gli abitanti di un territorio o i cultori e gli appassionati di determinati temi.

Oltre all’art bonus, quali norme ritenete utili introdurre o abolire in termini di fiscalità o regolamentari per incoraggiare il crowdfunding nell’ambito culturale?

Uno dei problemi del Donation e del Reward crowdfunding è che per loro natura hanno dei limiti in termini di entità degli importi che si possono raccogliere: migliaia o decine di migliaia, con qualche eccezione naturalmente. Questo perché chi dona conferisce tipicamente piccole somme, decine o centinaia di euro al massimo. Le campagne di Equity crowdfunding, invece, per loro natura, raccolgono centinaia di migliaia se non milioni di euro. Questo perché si tratta di investimenti dai quali chi finanzia si attende un ritorno e, quindi, dei dividendi o la possibilità in futuro di rivendere le proprie quote a un prezzo più alto. Si capisce che per quanto riguarda i beni culturali, ma anche il turismo, di cui pure si occupa il ministro Franceschini, l’Equity Crowdfunding potrebbe essere una risorsa incredibile.

Ci faccia qualche esempio?

Immaginiamo che fosse consentito alla gente, al crowd, di diventare azionista di società private, pubbliche o miste che hanno bisogno di fondi per ristrutturare un immobile storico, per lanciare un teatro, o per valorizzare un albergo al fine di attrarre più turisti stranieri. Il privato, l’ente pubblico, o quello misto, potrebbe proporre una campagna di equity crowdfunding, con un business plan chiaro, per raccogliere i fondi necessari a pagare la ristrutturazione dell’immobile o l’esecuzione di un piano di marketing internazionale, dando in cambio azioni di una società che ha in carico un immobile e che, dunque, è una garanzia forte nei confronti dell’investitore. Una volta eseguito il piano grazie ai fondi raccolti, la società aumenta la propria redditività (l’edificio storico diventa un museo a pagamento, il teatro produce molti spettacoli, l’hotel ha molti più clienti internazionali), può distribuire dividendi crescenti agli azionisti e l’immobile acquista così anche più valore. Tutti ci guadagnerebbero e la distribuzione di questa redditività sarebbe altamente ‘democratica’, senza oltretutto la necessità di passare dalle banche. Il Ministro potrebbe dunque far propria questa opportunità e aiutare il Governo e il Ministero dello Sviluppo Economico ad allargare l’accesso all’Equity crowdfunding a chi voglia finanziare un’impresa culturale o turistica, indipendentemente dal fatto che sia o meno ‘innovativa’.

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2 commenti su “Allargare i confini del Crowdfunding”

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