lunedì, novembre 20

Alitalia: possibile che perda sempre?

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I commissari straordinari di Alitalia, ricevuta l’autorizzazione dal Ministero dello Sviluppo Economico, hanno proceduto alla pubblicizzazione delBando per la raccolta di manifestazioni di interessenon vincolanti, in conformità con quanto previsto dal decreto legge volto all’avvio della prima fase della procedura di Amministrazione Straordinaria. Questo, ieri, 17 maggio 2017.

«Siete dei patrioti», disse Silvio Berlusconi quando, nel 2008,  la compagnia di linea Alitalia fu consegnata come un sacchetto di terriccio squarciato in mano a un insieme eterogeneo di imprenditori e banchieri. È pressappoco così che inizia un celebre saggio di Gianni Dragoni su una delle più incredibili vicende che sono capitate all’Italia. E che avvolge la storia del trasporto aereo del nostro Paese come una nube piena di veleni e di misteri, che sarebbe costato ai contribuenti circa quattro miliardi di euro, secondo le stime dell’economista Tito Boeri, attualmente Presidente dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.
La vicenda torna ciclicamente a galla ogni qualvolta i conti scendono sotto i livelli di guardia e rappresenta un po’ l’emblema di un’Italia pronta a lottare più per falsi ideali che per concrete realtà. Non è forse l’unico esercizio il voler comprendere come vi sia un accanimento mediatico che difende un nazionalismo senza senso e senza patria.
Ma del resto, le vicende di Alitalia sono inconcepibilmente vicine ad un altro degli eventi inspiegabili, quale è stato l’incidente che ha visto precipitare il DC-9 dell’Itavia il 27 giugno 1980 e di cui chi conosce la verità -ad dir poco tentacolare- si è ben guardato dal farla arrivare al popolo sovrano. A quei tempi Alitalia era forte e la indecente campagna stampa che colpì la compagnia Itavia di proprietà di Aldo Davanzali  -basta andare in un’emeroteca e trovare tutti i ritagli dei giornali dell’epoca- fu l’occasione per la ‘bandiera’ di riassorbire le rotte e approfittare di una sciagura causata da chi sa quali artigli rabbiosi.

Ora, invece, il vettore che porta i colori del nostro stendardo sulle code dei suoi aerei, ma spesso con matricole di altre Nazioni a cui finiscono le tasse, versa in condizioni veramente critiche e rischia quotidianamente il cedimento, tanto da aver avuto bisogno di un prestito ponte per sopravvivere. Una sorta di tampone in attesa che arrivi la cessione che strutturalmente è chiamata a risolvere le difficoltà ereditate e acquisite. Una somma di cui si dovranno pagare anche gli interessi. A chi poi toccherà l’onere, sarà tutto da vedere.

Alitalia nasce come una compagnia strategicamente importante per un Paese piccolo, posto nella periferia dell’Europa e con tante vocazioni di mobilità. Da quando il vettore nazionale era di proprietà pubblica fino a diventare di un manipolo di azionisti, sono passati molti anni. I nomi di chi rappresenta le finanziarie sono noti e oltre questi si annoverano palazzinari, boss del cemento e dell’acciaio, finanzieri e gente che di trasporto aereo ne ha sempre saputo ben poco. I risultati poi si sono visti anche se indicare un unico soggetto e scaricargli tutte le colpe della cattiva gestione è come dire che nessuno dopo tutto è responsabile di tanto massacro. E del resto prima non è stato meglio.
Quando le sorti di Alitalia venivano determinate dall’Iri, alla guida di quella che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello del Bel Paese, si sono alternati manager presi da altre filiere, fratelli di uomini che parlano ai potenti, risanatori di linee ferroviarie mai risanate e poi figli del passato ventennio e tanti ma tanti personaggi che hanno promesso di correggere i bilanci ma in un caso o nell’altro sono usciti dopo veloci mandati accrescendo notevolmente le proprie casse con liquidazioni poco adeguate ai risultati conseguiti.

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