venerdì, settembre 22

Africa, mercato comune e black dignity

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Il ventisettesimo Summit dell’Unione Africana, svoltosi la scorsa settima a Kigali, in Rwanda, ha gettato il basi per la creazione di una integrazione economica continentale dalle proporzioni mai viste sul pianeta: 54 Paesi, 1 miliardo di persone e un PIL di 3 trilioni di dollari. Il Continental Free Trade Area – CFTA entrerà in vigore entro il 2017. La decisione dell’Unione Africana segue il trend mondiale che vede il sorgere di grandi blocchi economici. Il CFTA è il quarto accordo di integrazione continentale che dovrà integrarsi o competere con gli accordi già esistenti: il Trans-Pacific Partnership (TPP); l’accordo tra Unione Europea e Stati Uniti denominato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), e il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) che unisce 16 Paesi eurasiatici incluso Russia, Cina, India e Giappone.

Il blocco continentale africano giunge in ritardo rispetto a quelli già esistenti, ma le potenzialità sono maggiori in quanto il 42% delle risorse naturali sono concentrate in Africa. Il CFTA ha come obiettivo il drastico aumento degli scambi commerciali tra i Paesi africani, al momento fermi al 14%. Di questo deficit l’Occidente è stato per 50 anni il principale beneficiario. Negli ultimi 15 anni anche potenze asiatiche quali Cina e India sono diventate beneficiari di questa anomalia economica imposta da Europa e Stati Uniti che hanno sempre impedito l’unione del Continente Africano e la rivoluzione industriale per mantenere il monopolio delle materie prime. La mancata integrazione dell’Africa e il relativo sottosviluppo sono dirette conseguenze di rapporti commerciali esclusivamente orientati verso l’esportazione delle materie prime e l’importazione di prodotti lavorati all’estero grazie alle materie prime africane. Ogni serio economista sa che questa è l’unica ragione dello spaventoso squilibrio della bilancia commerciale che ogni Paese africano soffre.

L’Unione Africana intende aumentare del 50% gli scambi commerciati tra Paesi membri entro il 2025. Per quella data gli scambi commerciali nel continente dovrebbero raggiungere il 64%. Una percentuale che occulta una realtà ben conosciuta dalle multinazionali: la drastica diminuzione delle esportazioni di materie prime necessarie per lo sviluppo industriale africano e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Le potenze asiatiche stanno cercando di arginare il futuro deficit di importazione delle risorse naturali africane con la delocalizzazione di una consistente fetta del loro apparato industriale. Questa decisione implica che potenze come Cina e India saranno i principali protagonisti della rivoluzione industriale africana.

Al contrario Unione Europea e Stati Uniti rimangono fermi sulla vecchia logica coloniale: importazione di materie prime, esportazione di prodotti lavorati. I livelli di povertà e mancato sviluppo (dirette conseguenze di questa logica imposta fino ad ora con la forza) vengono ‘mitigate’ dall’Occidente tramite gli aiuti umanitari e la cooperazione allo ‘sviluppo’. In realtà, un volgare business umanitario ideato come valvola di sfogo per le industrie occidentali, mezzo per elargire favori politici tramite posti di dirigenza strapagati distribuiti alle persone fedeli tramite finte procedure pubbliche che dovrebbero garantire la trasparenza. Il business umanitario si basa su questa agghiacciante realtà: di ogni euro stanziato a favore dell’Africa solo 12 centesimi di euro giungono ai beneficiari. Gli aiuti umanitari sono stati spesso utilizzati come arma politica contro i Paesi africani, arrivando in alcuni casi a rappresentare il 62% del PIL nazionale.

La road map fissata durante il Summit prevede che i 54 Paesi africani aderiscano al mercato unico comune entro il 2017. Esso verrà perfezionato e strutturato fino al 2025, data in cui gli economisti pensano che l’unione economica diventerà una realtà strutturata e irreversibile. Il ventisettesimo summit UA non ha lanciato il mercato unico africano, ma semplicemente ufficializzato il progetto sul quale si sta lavorando dal 2012. Durate gli ultimi quattro anni, in modo discreto, le migliori menti africane ingaggiate presso la Banca Mondiale, FMI, Nazioni Unite sono state richiamate nelle rispettive patrie di origine per contribuire alla realizzazione del mercato unico africano.

Gli esperti hanno analizzato successi e fallimenti degli altri mercati comuni, con particolare attenzione a quello della Unione Europea, ormai considerato in Africa il più colossale fallimento di unione economica degli ultimi 50 anni. Tra febbraio e maggio 2016 si sono avuti incontri, mai ufficializzati, tra i vari Paesi africani al fine di costruire le fondamenta della decisione annunciata nel summit di Kigali. Manovre ancora più sotterranee sono state attuate sul settore della difesa. Si sono create coalizioni militari regionali quali quella dell’Africa Orientale, che vede il Patto di Difesa Comune tra Kenya, Tanzania, Burundi, Rwanda e Uganda. Anche in situazione avverse queste coalizioni militari regionali sono sorte. Basta pensare alla coalizione creata nell’Africa Occidentale tra Nigeria, Niger, Ciad e Camerun per combattere i terroristi salafiti di Boko Haram, nonostante il Patto Coloniale del 1947 siglato tra Parigi e le colonie francofone in Africa (patto tutt’ora in vigore) preveda il divieto assoluto di formare coalizioni militari regionali.

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