martedì, agosto 21

Africa First: la strategia di Paul Kagame per il futuro africano Diminuire la corruzione, gli sprechi e la burocrazia, rigore fiscale, creare un mercato unico, un vero ‘Made in Africa’, creare una solida base di consumatori, insomma: «Smettiamo di elemosinare e finanziamo lo sviluppo africano»

0

Il Presidente del Rwanda, Paul Kagame, alla guida della Unione Africana, è intenzionato a trasformare il continente con l’obiettivo di renderlo il quarto polo economico mondiale. Le potenzialità sono enormi e già presenti: abbondanza di minerali (tra cui la massima concentrazione mondiale di minerali rari come il coltan) e idrocarburi; un potenziale agricolo immenso; una popolazione giovane e intraprendente. Ma questi potenziali vanno sfruttati con intelligenza.

Al momento attuale questi potenziali sono in minima parte sfruttati dagli africani. Minerali e idrocarburi sono svenduti alle multinazionali e ci si accontenta delle briciole provenienti dalle tasse di esportazione, che vanno immancabilmente a finire nelle tasche di politici e militari. Invece di sfruttare l’immenso patrimonio agricolo collegandolo con l’industria agro-alimentare, molti governi preferiscono affittare le loro terre a multinazionali che producono cibo per i loro Paesi o biocarburante.
L’ampio mercato delle infrastrutture pubbliche (uno dei più importanti a livello mondiale) è gestito da compagnie straniere, sopratutto asiatiche e in minor parte europee. Lo stato sociale è spesso trascurato, preferendo ricorrere alle Agenzie Umanitarie ONU e alle Ong internazionali. Invece di applicare una stretta politica fiscale per finanziare lo Stato Sociale, molti governi si affidano agli aiuti umanitari, affidando la gestione dello stato sociale alle agenzie umanitarie.

Paul Kagame intende invertire la rotta con una serie di misure politiche ed economiche rafforzate dalla progressiva ma ancora lenta presa di coscienza della necessità di creare una economia indigena. Coscienza che sta affiorando in alcuni Paesi tra i quali, Ghana, Tanzania, Uganda. Il Presidente ruandese sta tentando di imporre un modello economico  teso a sfruttare le risorse naturali nel continente per avviare la rivoluzione industriale, aumentare gli scambi commerciali tra Stati africani e a creare partenariati ugualitari con le potenze economiche occidentali e asiatiche, seguendo la filosofia di Pechino del ‘Win Win’, tutti vincitori.

«Smettiamo di elemosinare e finanziamo lo sviluppo africano»: questa la parola d’ordine di Paul Kagame. Durante il V African Leadership Forum, forum della leadership africana, tenutosi a Kigali (capitale del Rwanda) la scorsa settimana, il Presidente considerato da molti come il più lungimirante del continente ha parlato chiaro sugli errori strategici commessi a livello politico ed economico da molti governi, tracciando una nuovo modello di pensiero panafricano dove occorre recuperare la dignità e creare il proprio sviluppo indigeno.

L’Africa dipende ancora troppo dai donatori e investimenti stranieri per finanziare il proprio sviluppo. Gli aiuti umanitari rappresentano ancora una grossa percentuale dei finanziamenti esterni. Anche se in alcuni Paesi il business dell’umanitario è notevolmente diminuito, in altri rimane il solo mezzo per assistere i poveri, i rifugiati e offrire una qualche parvenza di stato sociale.

L’Africa rappresenta un mercato fondamentale per l’industria umanitaria. Il 60% degli aiuti umanitari, spesso pieni di sprechi e con scarso impatto sulla popolazione, viene riversato in Africa. Abbandonati i progetti di sviluppo agricolo e della micro-imprenditoria, come anche i settori portanti di una società -educazione e sanità-, le agenzie umanitarie si stanno concentrando sugli interventi di emergenza profughi e su assai discutibili progetti di sviluppo per fermare l’immigrazione verso l’Europa.

Se gli interventi umanitari sono spesso più convenienti per le agenzie e Ong che per le popolazioni beneficiarie (escluso qualche raro caso riscontrabile nelle Ong di ispirazione cristiana), i finanziamenti produttivi esteri stanno creando le basi per la rivoluzione industriale ma, allo stesso tempo, per una nuova dipendenza economica e tecnologica verso l’Occidente e l’Asia. Negli ultimi 20 anni gli investimenti privati sono cresciuti a dismisura, sopratutto grazie alla politica economica della Cina rivolta al continente. Dai 20 miliardi di dollari del 1990, siamo arrivati ai 120 miliardi di dollari nel 2012 e la tendenza è in netta crescita grazie ai capitali privati, per la maggioranza stranieri.

Questo afflusso di denaro non crea benefici reali ed uniformi. Sono principalmente diretti verso i Paesi esportatori di minerali, idrocarburi e prodotti agricoli. I Paesi africani con una struttura politica ed economica fragile e con scarse risorse naturali sono tagliati fuori dai finanziamenti esterni e non riescono ad equilibrare questa mancanza con i finanziamenti domestici.

I Paesi ricchi di risorse naturali attraggono un maggior numero di investimenti privati, i quali, però, non riescono a migliorare le condizioni socio-economiche, in quanto molti Paesi applicano politiche fiscali molto attraenti per le multinazionali, diminuendo gli introiti fiscali necessari per finanziarie le infrastrutture, la ricerca scientifica, l’industria, l’agricoltura e lo stato sociale. Questi Paesi sono, inoltre, soggetti alle variazioni dei prezzi dei minerali e idrocarburi grezzi decisi dal mercato internazionale,  e quindi fuori da ogni controllo del Paese produttore-esportatore.

Durante il Forum, il Presidente Kagame si è soffermato sulla fuga dei capitali, una vera e propria piaga del continente. Il rapporto ‘Illicit Financial Flowssulla fuga dei capitali, pubblicato lo scorso febbraio dalla OECD  (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica), dimostra che ogni anno l’Africa perde 50 miliardi di dollari. Secondo le stime fatte dalla Commissione delle Nazioni Unite per l’Africa la fuga di capitali è aumentata del 250% dagli anni ‘60 ad oggi.
La fuga di capitali è dovuta da attività criminali e dalla necessità di mettere al sicuro il denaro rubato alla popolazione da politici e militari e dalla corruzione, endemica in alcuni Stati come la Liberia, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo. Ma la maggior parte della fuga di capitali è il frutto dell’evasione fiscale effettuata dalle multinazionali occidentali e asiatiche. Nel 2016 si è calcolato che 41 miliardi di dollari sono stati illegalmente fatti uscire dai Paesi africani dalle multinazionali straniere. Una cifra che supera di gran lunga le risorse indigene allocate allo sviluppo socio-economico del continente. Questa fuga di capitali, spesso associata alla perdita di entrare fiscale, sta impedendo lo sviluppo dei Paesi africani, arrivando a ridurre di 1,5 punti la crescita economia annuale e del 45% la possibilità di finanziamenti domestici all’economia e allo stato sociale.
«Le perdite causate dalla fuga dei capitali, evasione fiscale e dalla esportazione di materie prime a prezzi ridicoli sta superando gli aiuti umanitari e gli investimenti produttivi in Africa. Siamo noi governanti ad avere la responsabilità di questo disastro e siamo noi che siamo chiamati a correggere questo trend. In Africa abbiamo tutto quello che ci necessita all’infuori della volontà di sfruttare al meglio queste risorse. Dobbiamo cambiare mentalità e smettere di pensare che niente può essere fatto senza i finanziamenti e gli aiuti esterni», ha affermato il Presidente Kagame.

Le ricette di Paul Kagame sono dolorose ma necessarie. Puntano su un cambiamento radicarle della mentalità politica. I governi devono diventare ‘accountable’ (responsabili) e creare una politica di Africa First. Occorre diminuire la corruzione, gli sprechi e la burocrazia dell’amministrazione pubblica. Applicare rigore fiscale, costruire fiducia negli investitori e imprenditori africani, aumentare la ricerca scientifica, investire su educazione e sanità, rafforzare le capacità di difesa nazionale, creare un mercato unico, un vero ‘Made in Africa’, risolvere le crisi continentali, migliorare la ridistribuzione del reddito per creare una solida base di consumatori, rafforzare la democrazia che non necessariamente deve seguire il modello occidentale ma trovare nuovi modelli democratici adatti al contesto socio-culturale africano.

Fondamentale l’integrazione regionale che è la chiave dello sviluppo indigeno.  «Dobbiamo entrare in forza nell’Area Africana del Libero Mercato Continentale, aumentando sensibilmente gli scambi commerciali tra i nostri Paesi e migliorando il regime fiscale che deve divenire rigoroso ed efficace» , sostiene Kagame.
Il libero mercato continentale è strettamente legato alla rivoluzione industriale ed economica che l’Africa deve intraprendere per divenire integrata, unita e prosperosa. L’Area Africana del Libero Mercato Continentale, è stata proposta  con forza da alcuni leader africani più lungimiranti ed accettata durante il summit de Capi di Stato dell’Unione Africana svoltosi il 21 marzo 2018 a Kigali. Il progetto coinvolge 1,2 miliardi di africani e un PIL di oltre 3,4 trilioni di dollari. Si basa su un unico mercato continentale di bene e servizi, sul libero movimento delle persone, degli investimenti e dell’espansione degli scambi commerciali tra Stati.  

Occorre interrompere il trend di bilance commerciali squilibrate verso le potenze straniere. Per esempio, negli ultimi quattro anni gli scambi commerciali con il vicino Kenya sono diminuiti del 40% in Etiopia, in quanto gli imprenditori etiopici preferiscono importare prodotti di scarsa qualità dalla Cina per aumentare il loro profitti.  
L’attuale percentuale di scambi tra Stati africani è la più bassa al mondo: 18% (70% dell’Europa, 55% del Nord America, 45% dell’Asia e 35% della America Latina). L’Area Africana del Libero Mercato Continentale è in grado di aumentare del 50% gli scambi commerciali interni arrivando così al 68%. Questo trasformerebbe l’Africa nel più grande zona di libero mercato al mondo capace di trasformare radicalmente l’economia e le società africane.

Paul Kagame fa notare che è matematicamente impossibile raggiungere lo sviluppo economico senza commercio. L’unica soluzione per migliorare l’attuale percentuale di scambi commerciali interni è abbattere le attuali barriere doganali. L’indirizzo di Kagame è confermato e supportato da Oby Ezekwesili, ex Vice Presidente del Dipartimento Africa della Banca Mondiale e cofondatore della Ong anti-corruzione Transparency International. Secondo Ezekwesili, un singolo mercato africano ha enormi potenzialità di collocare l’Africa sulla strada della prosperità economica e sociale, migliore e più robusta di quelle attualmente registrate in Occidente. Il libero mercato continentale creerà un boom economico senza precedenti e diminuirà la povertà attraverso una migliore e maggiore ridistribuzione del reddito indirizzata ad aumentare i consumi.

Paul Kagame ha iniziato questo progetto attraverso la deregulation della industria dell’aviazione che contribuisce al PIL continentale con 72,5 miliardi di dollari e offre 6,8 milioni di posti di lavoro. Si tratta di coordinare e raggruppare le 54 compagnie aeree africane in una unica mega-struttura capace di gestire in modo efficace ed economico il movimento di persone e merci. Il Mercato Unico Africano dei Trasporti Aerei metterà il turbo all’industria aeronautica africana e agli scambi commerciali nel continente, migliorando l’accesso dei mercati in tutta l’Africa. I prodotti alimentari e manifatturieri ‘Made in Africa’ raggiungerebbero in poco tempo e con costi limitati ogni parte del continente. Il vino sudafricano potrebbe essere venduto nei supermercati del Mali e le scarpe e indumenti in pelle etiopi in Angola.

Kagame si sta apprestando ad una difficile battaglia, dopo il successo del Mercato Unico Africano dei Trasporti Aerei, in fase avanzata di realizzazione: la liberalizzazione delle tariffe doganali e massicci investimenti inter-africani.
Il maggior ostacolo per lo sviluppo socio-economico e il mercato comune africano sono le tariffe doganali. Queste rendono gli scambi commerciali estremamente difficili, aumentano i tempi di consegna, i costi di trasporto che fanno lievitare il prezzo delle merci africane importate rendendo difficili le transazioni finanziarie.
Il rimedio è creare una dogana continentale unica, eliminando le barriere doganali dei singoli Stati, e creando un libero circuito finanziario in grado di utilizzare qualunque valuta africana e straniera senza limitazioni. Allo stato attuale rari sono i Paesi che accettano la convertibilità delle valute dei propri vicini. Il Sudanes Pound, il Franco CFA o i Birr etiope ed eritreo non sono convertibili in Uganda, per esempio. Molti Paesi come Sudan ed Etiopia non permettono conti in valuta straniera, ma solo in valuta nazionale non convertibile.  Sono questi ostacoli che Paul Kagame vuole abbattere per creare un moderno e potente concetto di libero mercato capace di rendere l’Africa una potenza mondiale di tutto rispetto e il più grande mercato a livello planetario. Per raggiungere l’obiettivo il Rwanda sta trasformando la East African Community (EAC) nel motore principale per la realizzazione dell’Area Africana del Libero Mercato Continentale nota sotto l’acronimo CFTA.  «L’Africa ha un enorme potenziale di commercio inter-regionale che non è sfruttato. Per questo siamo sfruttati dalle potenze economiche occidentali e asiatiche che offrono accordi commerciali favorevoli a loro e non ai Paesi africani», sottolinea Seth Kwizera, coordinatore della associazione ruandese Economic Policy and Research Network.

Le Nazioni Unite, nel 2017, pubblicarono un dettagliato studio per spiegare che gli accordi commerciali con l’Unione Europea non hanno creato lo sviluppo industriale in Africa, in quanto le potenze europee sono interessate solo all’importazione di minerali grezzi e idrocarburi. Le Nazioni Unite sconsigliarono di firmare il rinnovo dell’accordo. La Commissione Europea, indirettamente, ha confermato lo studio dell’ONU, rivelando che la sola Africa Orientale ha un deficit commerciale a favore dell’Europa pari a 1 miliardo di dollari annui.  Simile situazione si riscontro con l’Africa Growth and Opportunity Act (AGOA) che formalizza gli accordi di scambi commerciali con gli Stati Uniti. Da quando sono in vigore l’Africa Orientale ha registrato un deficit commerciale a favore dell’America pari a 77 milioni di dollari annui.
La comunità economica dell’Africa Orientale (EAC) è il principale blocco economico africano che sta impedendo il rinnovo degli accordi commerciali  con Unione Europea e Stati Uniti. Al loro posto sta promuovendo gli scambi commerciali tra Stati africani. Nel 2017 gli scambi tra i Paesi membri della EAC sono aumentati del 39%, arrivando a 721 milioni di dollari.

Per creare un mercato unico africano, Paul Kagame sta insistendo anche sulla realizzazione di infrastrutture adeguate che possano supportare l’agricoltura, l’industria manifatturiera e quella pesante. Occorre costruire nuove strade, ma sopratutto una rete ferroviaria continentale.

L’Africa si sta dissociando dal trend occidentale di guerre commerciali e frontiere chiuse. Allo stesso tempo sta rifiutando gli accordi commerciali capestro dettati dalla logica coloniale e tenta di sostituirli con un mercato unico africano. Pare che nel continente del futuro vi sia la volontà di applicare al 100% il concetto di libero mercato e di libera concorrenza, obiettivi economici associati dalla ferrea volontà di assicurare ad ogni cittadino africano il diritto di studiare, lavorare e vivere dove preferisce. Per garantire la libera circolazione di tutti gli africani si sta lavorando per una cittadinanza continentale e passaporto africano unico.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore