sabato, dicembre 16

Afghanistan: cambiano i tempi, non cambia il Paese Limiti strutturali e violenza in aumento in un Paese in uno stato cronico

0
Download PDF

Questa mattina, a Kabul, un attacco suicida rivendicato dall’ISIS, lo Stato islamico, ha causato la morte di 80 persone nei pressi dell’ambasciata tedesca in Afghanistan. 300 i feriti in quello che è l’ennesimo attacco suicida che insanguina un Paese martoriato da una guerra civile che dura da più di 15 anni. «L’attacco mirava a uccidere i civili e coloro che lavorano in Afghanistan per assicurare un migliore futuro alla Nazione», ha commentato Sigmar Gabriel, Ministro degli Esteri tedesco.

Quella afghana è una guerra che vede impegnata la NATO da oltre 16 anni ed è costata più di 115 miliardi di dollari. E il risultato non è incoraggiante, con un Paese in uno stato di guerra cronico che è caratterizzato da limiti strutturali di governabilità (conseguenza della difficile diarchia dei gruppi di poteri rappresentati dal Presidente Ashraf Ghanì e Abdullah Abdullah nel ruolo di primo ministro), da una violenza in aumento, dove il fronte insurrezionale controlla il 45% del territorio e dove i civili uccisi e feriti nel 2016, come riportato dalla missione dell’ONU in Afghanistan, rappresentano il più elevato numero di sempre: 11.418.

E’ un Paese dove ancora le forze di sicurezza non sono in grado di contrastare il fenomeno insurrezionale, nonostante i 68 miliardi di dollari spesi solo dagli Stati Uniti per l’assistenza all’esercito e alla polizia afghani, con l’economia dell’oppio che continua a essere l’unica in crescita, insieme alla corruzione, tra le più elevate al mondo, e l’incontrollata gestione dei fondi internazionali. Questa è la situazione in cui si trova oggi l’Afghanistan.

E sebbene il ‘dossier Afghanistan’ non abbia ricevuto particolare attenzione durante la campagna elettorale statunitense, oggi il presidente Donald J. Trump si trova a dover affrontare la più lunga guerra combattuta dagli Stati Uniti e che è costata, nel complesso, almeno 115 miliardi di dollari.

SeTrump decidesse di ritirare le proprie truppe, lo Stato afghano collasserebbe per mano dei talebani. Ma l’uscita statunitense non è al momento un’opzione sul tavolo delle decisioni. Al contrario, è mutata l’entità dello sforzo militare e anche la tipologia: dunque più truppe e missioni di combattimento e assistenza alle forze di sicurezza afghane. Il che rappresenta un parziale ritorno al passato, pur nella consapevolezza (di chi scrive) che più soldati non significa più sicurezza, memori dei 150mila soldati del 2012 e dei risultati tutt’altro che di successo.

Ciò che è accaduto nelle scorse settimane è stato invece un cambio di strategia molto morbido che ha visto il mantenimento di almeno 9/10.000 militari in compiti di assistenza, ma anche di combattimento; a questi si sono uniti circa 5.000 militari della NATO e i 30.000 contractor di supporto. Numeri destinati ad aumentare, sebbene di alcune migliaia di unità.

I talebani otterranno un ruolo riconosciuto. Un percorso verso il compromesso iniziato nel 2007 ma che ha subito un arresto con il cambio di leadership, dal mullah Mohammad Omar, al discusso mullah Akhtar Muhammad Mansour e l’attuale capo talebano, il mawlawì Haibatullah Akhundzada. È ormai evidente a tutti che i talebani siano imbattuti e pertanto bisogna scendere a patti con loro: lo fa la Cina, intenzionata a garantirsi un’area stabile ai propri confini; lo fa il Pakistan, con l’evidente interesse di mantenere buoni rapporti con il principale movimento insurrezionale; lo fa la Russia, anche in un’ottica di lotta allo Stato islamico che in Afghanistan ha basi in fase di consolidamento.

E lo fanno gli Stati Uniti, interessati a mantenere le loro basi nel paese almeno fino al 2024, così come stabilito dagli accordi bilaterali del 2012 e del 2014. Al presidente Trump l’onere di coinvolgere tutti questi attori al fine di dare concretezza al difficile processo di ‘costruzione della pace’.

L’alternativa all’inclusione dei talebani, è la prosecuzione delle conflittualità, l’espansione di un crescente Stato islamico e l’accentuarsi di una guerra settaria che è estranea all’Afghanistan: insomma da guerra locale, quale è oggi, a guerra globale così come lo vorrebbe lo Stato islamico.

Commenti

Condividi.

Sull'autore