martedì, agosto 21

Contratto M5S – Lega, si scontra con l’ Ue Dalla flat tax, alle pensioni, fino ad infrastrutture e migranti, rimangono molti dubbi in merito alle relazioni con l'Ue. Con il commento di Ettore Greco, Vicepresidente IAI (Istituto Affari Internazionali)

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A più di 70 giorni dal voto, e circa una settimana (?) dall’inizio delle trattative tra Lega e Movimento 5 Stelle, è pronta l’ultima bozza del testo definitivo, approvata dal tavolo tecnico ieri sera alle 19. Secondo le ultime dichiarazioni del leader 5S Luigi Di Maio, il programma definitivo verrà chiuso in serata, per poi passare sotto il voto degli elettori online. Ora, gli ultimi nodi rimangono ancora alcune questione tecniche, come riforme istituzionali e lavoro, ma , soprattutto, la scelta sul futuro premier, dopo che in questi giorni sono circolati diversi nomi di personalità terze ai partiti.

Nel documento ANSA di quaranta pagine pervenuto al nostro giornale, e circolato nei diversi canali mediatici, vengono trattati tutti i temi discussi in questi giorni al tavolo tecnico delle due forze politiche in campo. Tra questi, la questione migranti, infrastrutture, flat tax e semplificazione fiscale, reddito di cittadinanza, e ridiscussione dei trattati europei.

Un punto fondamentale del contratto, e del programma Lega M5S, riguarda il superamento della Legge Fornero. La bozza prevede lo stanziamento di 5 miliardi per l’agevolazione dell’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse, e l’inclusione della Quota 100. «Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100 – si legge – con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti». Tra gli obiettivi inseriti, anche la separazione di previdenza e assistenza, e la proroga dell”opzione donna’ che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 di contributi di andare in pensione subito, optando in toto per il regime contributivo.

Rimane centrale nel programma di Governo, il taglio al al numero di parlamentari, da 630 a 400. «Occorre partire dalla drastica riduzione del numero dei parlamentari: 400 deputati e 200 senatori per rendere più agevole organizzare i lavori delle Camere e più efficiente l’iter di approvazione delle leggi, senza intaccare in alcun modo il principio supremo della rappresentanza, poiché resterebbe ferma l’elezione diretta a suffragio universale da parte del popolo per entrambi i rami del Parlamento e non se ne snaturerebbero natura e funzioni. Sarà in tal modo possibile conseguire anche ingenti riduzioni di spesa poiché il numero complessivo dei senatori e dei deputati risulterà quasi dimezzato» si legge nel paragrafo dedicato.

Nella stessa sezione, viene inserita anche l’introduzione del vincolo di mandato popolare contro i cambi di partito in corso di legislatura. Un vincolo che, per molti, riporta la democrazia italiana indietro nel tempo, vista l’incostituzionalità stessa del vincolo di mandato e il momento storico della sua introduzione. «E’ necessario introdurre espressamente il ‘vincolo di mandato popolare’ per i parlamentari – si legge – per rimediare al sempre più crescente fenomeno del trasformismo. Del resto, altri ordinamenti, anche europei, prevedono il vincolo di mandato per i parlamentari; è noto l’articolo 160 della Costituzione portoghese, il quale dispone che il deputato decade dal mandato semplicemente se si dimette dal gruppo parlamentare del suo partito e contemporaneamente si iscrive al gruppo di un’altra fazione politica».

A destare più preoccupazione, in special modo per i mercati esteri e l’Europa istituzionale, sono i paragrafi, per altro molto brevi (nemmeno una pagina in totale), riservati agli affari esteri e alle relazioni con l’Unione europea. Una preoccupazione che ha subito risvegliato il nemico per eccellenza dell’economia italiana, lo spread Btp – Bund, salito in pochissimo tempo a quota 159 punti base, con tassi decennali a 2,19 percento. Oltre alla ridiscussione dei trattati europei e al ridimensionamento delle competenze europee, c’è un breve passaggio in rosso – dunque da passare al vaglio dei due leader – sulla politica monetaria europea. Un segmento che, secondo molti, rappresenta la chiara intenzione del prossimo Governo di, quantomeno, sondare il terreno per un eventuale uscita dall’Euro.

«L’impianto della governance economica europea (es. Patto di Stabilità e crescita, Fiscal compact, MES, etc.), basato sul predominio del mercato e sul rispetto di vincoli stringenti dal punto di vista economico e sociale si legge nella breve sezione –  deve essere ripensato insieme ai partners europei, compresa la politica monetaria unica, con lo spirito di ritornare all’impostazione pre Maastricht in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà»

Fonti 5 Stelle assicurano che nel documento ultimato non si fa accenno all’addio alla moneta unica, ma nell’ultima versione del documento, nella parte che ha ottenuto il via libera del tavolo tecnico già ieri, è prevista la revisione del contributo italiano all’Ue. “Sotto il profilo del budget – si legge – occorre ridiscutere il contributo italiano alla Ue in vista della programmazione settennale imminente con l’obiettivo di renderla coerente con il presente contratto di governo“.

Un altro forte accento, è stato posto in merito alla riposizionamento dell’Italia ne confronti di Mosca e delle sanzioni internazionali. Viene ritenuto opportuno il ritiro immediato delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi, invece, come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali. Contrariamente, e, forse, con un minimo di paradosso, “si conferma l’appartenenza all’Alleanza atlantica – si legge – con gli Stati Uniti di America quale alleato privilegiato, con una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale”.

“Stando alle linee dell’ultima versione, con questo ultimo Governo potrebbero sorgere dei contrasti inediti con alcuni partner in Europa” ci spiega Ettore Greco, Vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), “in quanto il programma prevede la ridiscussione dei trattati europei e in particolare delle regole fiscali. Inoltre, alcune misure economiche risultano molto onerose che, una volta attuate, porterebbero alla violazione degli impegno assunti dall’Italia in merito a riduzione del deficit e debito pubblico”.

Un eventuale violazione degli obiettivi fissati con l’Europa in termini di deficit, riporterebbero l’Italia, oltre ad altre penalità finanziarie, ad essere inserita tra i Paesi a rischio procedura d’infrazione, un provvedimento comunitario che prevede una sanzione pari allo 0,2% di Pil qualora non venisse rispettata la soglia di deficit consentito.

Nel programma si indica, inoltre, come i titoli di Stato acquistati dalla Banca Centrale Europea non dovrebbero essere calcolati nel rapporto debito/Pil” continua Greco, “e questa è una richiesta che indebolisce piuttosto che rafforzare il programma di quantitative easing che in passato ci ha aiutato molto. Le modifiche in merito alle regole fiscali non hanno alcuna possibilità di essere accolte dagli interlocutori europei, e creerebbero tensioni tra i rapporti con le istituzioni a Bruxelles e con gli investitori”.

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