venerdì, aprile 20

La questione Haftar vista da Roma Mentre a Parigi si decide la successione del generale, Roma cerca di capire quanto l’uscita di scena dell'uomo forte del Parlamento di Tobruk potrà influire sulla partita italiana. Ne parliamo con Claudio Bertolotti, analista strategico ISPI

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Oggi il portavoce delle forze armate nella Libia orientale, Ahmed al-Mismari, ha di nuovo rassicurato sulle condizioni di salute del comandante dell’Esercito nazionale libico (Lna), Khalifa Haftar, sulla presunta morte del quale nei giorni scorsi si sono rincorse voci contrastanti. In un’intervista all’emittente ‘al-Arabiya‘ rilanciata dai media libici, al-Mismari ha confermato che l‘uomo forte del Parlamento di Tobruk è all’estero, spiegando che quando Haftar sceglieràdi rientrare in Libia potrebbe essere pubblicata una foto che ne attesti il ritorno. O, in alternativa, il ‘maresciallo’ potrebbe rilasciare un’intervista telefonica o in video per spazzare via i dubbi sulle sue condizioni. Al-Mismari ha anche annunciato che Haftar farà un tour nelle capitali europee per negoziare la revoca dell’embargo sulla vendita delle armi alla Libia. «Solo se Haftar lo vorrà»  saranno pubblicate immagini o sarà data prova del suo stato di salute, ha aggiunto il portavoce, rimarcando che è il maresciallo a  «scegliere quando tornare in Libia» .

Venerdì, in serata, la morte sembrava data per certa, poi nel fine settimana nessuna conferma, dopo giorni nel corso dei quali rumors dai vari palazzi parigini e libici sostenevano che il generale fosse in fin di vita.

Sempre oggi, intanto, l’ex consigliere politico del generale, Mohamed Buisier, ha dichiarato che a  Parigi  «si susseguono le riunioni»  sponsorizzate dall’intelligence francese per trovare un successore del generale, che alla luce del suo stato di salute  «difficilmente potrà esercitare di nuovo la sua attività militare» .
Sul suo profilo Facebook, Buisier ha fatto sapere che alle riunioni si è aggiunto anche  «il generale Aoun» , al-Farjani, il direttore dell’ufficio di Haftar, rivelando che alcuni dei partecipanti considerano l’attuale capo di Stato maggiore del Parlamento di Tobruk, Abdel Razzak al-Naduri, indicato come uno dei possibili successori,  «persona non grata» .

«La proposta sul tavolo è per il generale al-Hasi», ha scritto Buisier, con riferimento al generale Abdel Salam al-Hasi. Buisier ha confermato al giornale ‘Al Araby al-Jadeed‘ l’ictus cerebrale e che il generale «si trova in uno stato di salute che non gli permette di tornare alle sue responsabilità nell’immediato futuro». A Parigi con Haftar si trovano il capo del suo ufficio Aoun al-Farjani assieme a quattro dei figli di Haftar, e stanno discutendo con la Dgse francese la questione del successore.

La questione della successione da giorni viene posta dagli analisti. Karim Mezran, esperto italo-libico dell’Atlantic Council di Washington, nelle scorse ore aveva fatto sapere che il nodo della successione è stato al centro della  «riunione d’emergenza indetta al Cairo cui hanno partecipato anche le Forze armate della Tripolitania», rivela Mezran, secondo cui non è però al momento chiaro se  «sia stata organizzata allo scopo di mettersi d’accordo subito, per riunificare i due eserciti, di Tripoli e di Tobruk, mettendo al comando qualcuno sotto il controllo egiziano, o se sia un tentativo di non belligerare» .
L’esperto dell’Atlantic Council  ha definito  «poco cristallino il comportamento dei francesi» in questo frangente, «con gli italiani in particolare ma in generale in tutta la vicenda libica, sin dai primi giorni della rivoluzione fino alla decisione dei mesi scorsi di convocare Haftar a Parigi». E’ un atteggiamento che  «rientra perfettamente in questa loro linea di comportamento, fanno prima di tutto i loro interessi, che sono quelli di entrare in pianta stabile in Libia».

L’uscita di scena del generale può essere positiva per l’Italia?  «Dipende da come evolve la situazione», ha risposto Mezran,  «Se ci fosse una semplice successione con qualcuno che prendesse il controllo dell’est, cercando un negoziato più facile con Misurata, Tripoli e Bengasi, negoziato finora impedito dalla figura troppo ingombrante di Haftar, sarebbe positivo per l’Italia. Ma se ci fosse un’implosione delle Forze armate, con ogni banda che fa parte dell’Lna contro l’altra, allora sarebbe peggio».
I kingmaker della vicenda, secondo Karim Mezran , sono gli egiziani e gli emiratini’.

Per l’Italia, in effetti, la questione rischia, in questo momento di vuoto di Governo ancor di più, di essere particolarmente delicata, visto il grosso investimento politico che Roma ha fatto in Libia in questi mesi, e visto il comportamento di Parigi. Per capirne di più, abbiamo intervistato Claudio Bertolotti, analista strategico.

In attesa di note ufficiali, ci pare di poter dire che  Ḥaftar quanto meno se non morto è impossibilitato all’esercizio della leadership. E’ un bene o un male per l’Italia e perchè? E’ un punto di vantaggio nella nostra guerra diplomatica contro la Francia?

Un’uscita di scena di Khalifa Haftar che lascia certamente un vuoto, di controllo più che di potere. Possono cambiare gli attori, ma il quadro generale non credo possa portare a rivoluzioni radicali sugli sviluppi delle conflittualità libiche. Vero è che Haftar è da sempre considerato l’uomo forte in grado di tenere unito un fronte scomposto, eterogeneo e caratterizzato da rapporti di collaborazione competitiva tra gli attori che lo compongono. Oggi non è più così, vivo o morto che Haftar possa essere.

L’Italia da questa situazione può trarre un relativo vantaggio, dovuto al rapporto privilegiato di Haftar con la Francia che a questo punto cessa di avere effetto, o almeno viene indebolito. Un vuoto che dovrà essere riempito, e non senza scossoni politici tra i libici e sul piano internazionale. Il problema è lo scenario che potrebbe seguire all’uscita di scena del generale; da sempre “guerra per procura” quella libica vede attori esterni competere per la collaborazione con le diverse fazioni e tribù. L’Italia è tra questi, ed è sinora riuscita a tenersi in equilibrio tra i due fronti nonostante quelli che possono apparire come tentativi francesi di limitarne portata ed influenza

Secondo Lei, l’uscita di scena del generale cosa comporterà per l’impegno dell’Italia nel Paese? Come si modificherà se si modificherà l’impegno politico e militare italiano nel Paese? 

Non credo che nel breve periodo possano esserci cambiamenti significativi. L’Italia è impegnata in Libia con la missione “Ippocrate”, composta da circa 300 uomini e con una missione di addestramento della Marina Militare a supporto della marina e della guardia costiera libiche, oltre a un LNCC (Libyan Navy Coordination Center) nel quale è stata attivata una funzione embrionale di coordinamento dell’attività delle Unità libiche in mare. Ritengo che nel breve periodo le cose rimarranno dunque così come sono, anche a causa dell’assenza di un governo (italiano) che possa decidere se e come riorganizzare l’impegno in Libia e nel Mediterraneo.

Il successore sulla scena militare chi sarà? e sulla scena politica?

Non emergono, sull’orizzonte libico della Cirenaica, attori all’altezza del generale Haftar, almeno tra quelli che lui era riuscito a raccogliere attorno a se. La Francia, che persegue una propria agenda mediterranea e mediorientale, troverà un altro capo su cui puntare. Un’ipotesi possibile è quella del generale Abdul-Salam Al-Hasi, capo delle operazioni dell’Esercito Nazionale Libico. Meno probabile, invece, l’investitura di Abdurazzak Al-Nadori, l’attuale capodi stato maggiore in quanto “persona non gradita” all’Eliseo.

E’ pensabile che Saif Gheddafi possa trarne vantaggio dal punto di vista politico? e che possa un Gheddafi ritornare essere un interlocutore dell’Italia? 

Saif Gheddafi ha svolto un importante ruolo di supporto alla politica di mediazione a favore di Haftar, in particolare con le tribù Warfallah, Warshafanna, i beduini del Sahara e le principali tribù del Fezzan. Una collaborazione competitiva dove al vantaggio dell’uno si contrapponeva uno svantaggio per l’altro: entrambi impegnati sullo stesso “elettorato”. Ma è al momento Saif appare ancora troppo debole per poter aspirare a un ruolo di guida di quello che è un fronte estremamente instabile, per quanto possa godere dell’appoggio di alcuni capi tribù dello Zintan e berberi.

Un centro-destra al Governo come ritiene cambierà l’azione politica sulla Libia? I canali del Governo Berlusconi con la Libia interrotti bruscamente con l’attacco al rais sono rimasti in qualche modo aperti o si possono riaprire a Suo avviso?

Guardo al prossimo governo con fiducia, convinto che una posizione netta sulla questione libica dovrà essere presa, pena l’irrilevanza sul piano internazionale e la perdita dei risultati sinora ottenuti nella difesa degli interessi nazionali in Libia, in primis sul fronte energetico.

Ad oggi il Governo italiano ha saputo tenersi in equilibrio tra un’amministrazione internazionalmente riconosciuta, quella di Tripoli, e il potere di fatto in Cirenaica, sostenuto da importanti paesi come Egitto, Russia, Turchia e Francia. L’Italia ha investito molto su al-Serraj, pur avendo dialogato fin da subito anche con la controparte Haftar: potrebbe essere il momento giusto di giocare la carta della mediazione di Roma e riportare l’Italia su quel binario di reciproco interesse avviato da Berlusconi prima del disastroso atto militare del 2011 che portò alla caduta del regime di Gheddafi. L’Italia ha contratti con la Libia validi fino al 2047: ma quale Libia? Questo è il punto. L’interesse strategico nazionale deve essere ben definito, perseguito con convinzione ma anche con la consapevolezza dei rischi. E di tutto questo l’opinione pubblica deve essere ben consapevole, per non correre il rischio che la difesa dell’interesse nazionale possa essere confusa con l’“interventismo”.

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