mercoledì, settembre 19

Governo: qualcosa bisogna fare, dimenticando la politica narrativa La politica narrativa, appannaggio dalla sinistra, che si parla addosso sino allo sfinimento, ha da essere superata, possibilmente scegliendo il bene del Paese

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Quando la realtà bussa alla porta si può aprire, si può fare finta di non essere in casa oppure scappare dalla finestra. Si può anche discutere, raccontare, la politica narrativa inventata dall’ineffabile Silvio Berlusconi che, come gli imbianchini, calcolava il vuoto per pieno, è stata elevata ad altezze sublimi dal verboso Matteo Renzi, vero figlioccio politico del pupazzetto coi capelli incollati. Ma ancora prima dell’ex (piano con le parole) Segretario del Pd, la politica narrativa è appannaggio dalla sinistra, che si parla addosso sino allo sfinimento.

Dopo lo sprofondo di domenica 4 marzo, infatti, i Liberi e Uguali si leccavano le ferite con la solita minaccia, «dobbiamo discutere, confrontarci». Ancora parole. Per loro la realtà dista quanto la Nebulosa del Cavallo, cercano di fare massa critica, si mettono insieme, solo per il gusto di separarsi qualche giorno dopo.
Il bambino viziato, invece, odierno campione della politica narrativa, dove il fumo supera l’arrosto, si è messo a fare la conta dei colpevoli della sua rovinosa sconfitta, niente nomi solo indizi, persino alte cariche dello Stato. Come il ballerino Vaslav Nijinsky, vorrebbe parlare con Dio, per spiegargli come regolarsi.
Il problema è che lui è iperattivo, e fare il senatore non gli basterà, molti lo vedrebbero bene per il prossimo Sanremo, in effetti ricorda molto Lelio Luttazzi, quando diceva: ‘Signori, l’orchestra!!!’, e partiva subivo l’applauso, mentre il maestro Bruno Canfora, o chi per esso, attaccava ‘Moonlight Serenade‘, con i fiati che nel frattempo erano scattati in piedi all’unisono.
Quando mi chiedono di tracciare una linea di confine tra bambini trascurati e bambini viziati, rispondo che i primi pensano sempre sia colpa loro, mentre i secondi sono certi che la colpa è degli altri. I primi pensano di dovere cambiare loro stessi, mentre per i secondi è il mondo che deve darsi una regolata.

Con la politica narrativa il Partito democratico è stato ridotto a fettine, forse per questo i vincitori ora lo corteggiano sfacciatamente. Persino i Cinque Stelle non lo accusano più del disastro del dirigibile Italia, e i razzisti (checché ne dica il senatore di colore) della Lega non la fanno così lunga sui migranti.
C’è da scommettere che le pressioni aumenteranno col procedere dei giorni, a meno che i duellanti, M5S e Centrodestra, non decidano di fare la pace e unire i loro destini. Ma come, direbbe qualcuno, dopo tutto quello che si sono detti nel passato recente! Questo argomento però da noi non regge, la politica italiana è contro intuitiva come la meccanica quantistica e creativa come le Cirque du Soleil.
Può succedere anche quello che non ti aspetti, come nel famoso esperimento mentale, il Paradosso del gatto di Schrödinger, in cui il felino, chiuso in una scatola, è vivo e morto nello stesso tempo. La partita dunque è aperta, proprio perché noi siamo noi e una soluzione creativa magari viene fuori. Senza contare che il Presidente della Repubblica venderà cara la pelle prima di sciogliere le Camere, e gli eletti, cui il seggio è costato come un mutuo, devono rientrare.
Con nuove elezioni ricomincerebbe il giro. Qualcuno cavalcherebbe la paura degli intrusi, altri l’emergenza sociale presente nel Meridione, altri continuerebbero a litigare mentre fuori è scoppiato un incendio. Il problema è proprio in questi ultimi, perché occupano la parte dello spettro culturale e politico a cui si rivolgono le persone che credono in una società più giusta e solidale, peccato il Pd si sia messo in mano alla persona sbagliata, scambiando una bottiglia di acqua minerale da mezzo litro per una sorgente purissima e inesauribile.

Tre anni fa, sulle pagine di un settimanale, avevo scritto: «Trovarsi, come mi è accaduto nei giorni scorsi, in via Caetani, a Roma, di fronte alla targa che indica il punto esatto dove fu ritrovato il corpo martoriato di Aldo Moro, e sentire risuonare in testa le parole di Debora Serracchiani e di Matteo Renzi, a proposito delle molto imbarazzanti primarie liguri (‘Cofferati si deve rassegnare’, ‘Il caso delle primarie in Liguria è chiuso’) produce lo stesso effetto di un incidente frontale». Giusto per la precisione l’articolo era intitolato ‘La Grande illusione‘.
Alla fine, l’incidente frontale c’è stato, il 4 marzo 2018, ma se i passeggeri fossero stati più attenti si sarebbero accorti che il conducente era alticcio e senza patente.

Nello stesso articolo sostenevo: «Vedere una civiltà politica passare da interpreti come lo statista di Maglie o come Enrico Berlinguer (non dimentichiamo che il loro coraggioso sforzo di spostare l’asse del Paese verso sponde progressiste, per il bene degli italiani, avvicinando le due tradizioni, costò al Paese una stagione di terrorismo) a mestieranti vanagloriosi disposti a tutto, disorienta. L’opposizione interna, pure fragile e priva di riferimenti, non riesce a vedere in Matteo Renzi un pezzo della propria storia e reagisce come il sistema immunitario davanti a un virus. Ne nasce una sorta di pancreatite politica, in cui il partito digerisce se stesso e comincia a calare vistosamente nei sondaggi». Da lì a non molto, sarebbe andata in scena la scissione, una scelta sciocca, un grosso favore a Matteo Renzi e un danno enorme al partito nonché all’intero Paese, come insegna ancora il 4 marzo.

Nessun accanimento contro l’ex Segretario, semplicemente la presa d’atto, con relativa denuncia e altrettanto relativo rimpianto, di una clamorosa sopravvalutazione, politica ma soprattutto umana, che presto o tardi si sarebbe abbattuta su tutti noi. Ora la botta è arrivata, mettiamoci comodi e aspettiamo di vedere che tipo di Governo ci attende, se sarà abitato da un populismo all’antica oppure da uno digitale. Questo però non avverrà spontaneamente, proprio il Pd potrebbe dire una parola decisiva, avendo in mano la possibilità di scegliere il male minore, il massimo che in genere ci possiamo permettere nel nostro Paese.
Da una parte c’è il M5S, dall’altra la Lega. Il resto è sullo sfondo. Il Pd, tuttavia, è chiamato a decidere anche dell’altro. Ad esempio, si deve domandare se viene prima l’interesse del partito o quello dell’intera collettività.
Uno dei fedelissimi del capo, Matteo Orfini, sostiene che un’alleanza coi 5 Stelle sarebbe la fine del Pd. Non accadrebbe ma potremmo sopportarlo, soprattutto se significasse la sparizione di questi narratori che non si sporcano mai le mani in mezzo alla gente, che si fanno sfilare gli operai dal Movimento e dalla Lega e che poi fanno pure i permalosi quando l’elettorato li prende a sberle.

Prima il Paese, senza dubbio alcuno.

 

P.S. Riscoprire la pedagogia istituzionale

Finito il mio articolo, mi sono letto l’intervista rilasciata dall’ex (vedremo) segretario del Pd alla Corriere della Sera. Non c’è un solo passaggio in cui egli si renda conto del disastro, umano e politico, di cui è il principale responsabile. Il problema, sono sempre gli altri.

Ma dove il ragazzo raggiunge il picco del renzismo, la patologia politica creata da lui medesimo, è nel punto dell’intervista in cui afferma: «Mai come in queste ore il Pd riceve email e richieste di iscrizione. Nel popolo Pd la stragrande maggioranza sta sulla nostra linea: nessuno vuole fare l’accordo con gli estremisti». 

Come al solito, sicurezze granitiche, «nessuno vuole fare accordi con gli estremisti». Come faccia a saperlo è un mistero. Ma l’interpretazione della faccenda relativa alle nuove richieste di iscrizione supera l’immaginario. Ecco, giusto per la precisione, sono tra quelli che vorrebbero iscriversi, e con me un sacco di amici e conoscenti. Ne stiamo discutendo, ma una cosa ci accomuna: il desiderio di sottrarre un partito fondamentale per la democrazia, italiana e europea, a un narratore arrogante, pericoloso e privo di talento, nonché alla sua corte, acritica e asservita, che ha fatto più danni del capo.

Infine, il Movimento 5 Stelle. Basta leggere tutti i miei articoli e quanto contengono per non avere dubbi, si tratta di un vero schiaffo alla democrazia, una fabbrica inquietante di menzogne e di manipolazioni. Tuttavia, proprio perché il Pd, al netto di Matteo Renzi, è in questo momento il cuore della democrazia italiana, deve intestarsi una funzione pedagogica, superare lo spirito di vendetta e cercare di “educare” alle responsabilità istituzionali un gruppo a cui un terzo degli italiani si è affidato. In questo momento il Pd può decidere se il M5S diventa una cosa seria oppure continuerà a manovrare coscienze da una stanza remota e oscura. In altre parole, può dare un grande contributo all’integrazione democratica del malcontento, quello si vero e sacrosanto.  

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