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Anniversario di Mani Pulite

25 anni fa Mani Pulite: cosa fu? Cosa resta?

Storia di un'indagine che cambiò l'Italia: tra sete di 'pulizia' e connessioni internazionali

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Il 17 febbraio 1992 la Procura di Milano aprì un’inchiesta che avrebbe avuto effetti inattesi sulla politica italiana.
L’inchiesta venne chiamata ‘Mani Pulite‘ riprendendo un’espressione del deputato del Partito Comunista Italiano Giorgio Amendola che in un’intervista, a chi sosteneva che il PCI avesse le mani pulite perché non aveva mai governato il Paese, rispose «come se non si potessero avere dei grandi affari amministrando l’opposizione in una certa maniera».

Quel 17 febbraio, dunque, il direttore del Pio Albergo Trivulzio, nonché esponente del Partito Socialista Italiano, Mario Chiesa, fu arrestato per aver intascato una tangente da 7 milioni di lire versatagli dal titolare di una piccola impresa di pulizie che puntava ad assicurarsi un appalto.

Il Segretario del PSI, Bettino Craxi, si affrettò a definire Chiesa un mariuolo isolato ma, nonostante ciò, l’inchiesta si allargò rapidamente fino a coinvolgere personaggi del calibro di Severino Citaristi, Tesoriere della Democrazia Cristiana, il Ministro della Giustizia Claudio Martelli per dei fondi neri versati dal Banco Ambrosiano su un conto svizzero a favore del PSI.

In pochi anni, tra il ’92 e il ’96, vengono indagati moltissimi imprenditori (di cui alcuni, come l’ex presidente dell’ENI Gabriele Cagliari ed il patron di Montedison Raul Gardini, finiranno per togliersi la vita), politici dei Partiti tradizionali (oltre a Craxi anche Arnaldo Forlani, Segretario della DC) e di quelli nuovi (Silvio Berlusconi, che nel frattempo era sceso in politica fondando Forza Italia ed aveva vinto le elezioni, e Umberto Bossi, leader della Lega Nord).

Si trattò di uno dei primi processi a grande risonanza mediatica: la popolazione seguì in televisione le udienze dei processi e, numerosa, scese in piazza per protestare contro il malaffare che sembrava dominare la vita politica del Paese.

A più riprese, nel luglio del ’92 e nell’aprile del ’93, Bettino Craxi pronunciò dei discorsi in Parlamento in cui, non solo ammise l’esistenza del finanziamento illecito ai partiti, ma sostenne che si trattava di una condizione strutturale della Repubblica e, in tono di sfida, invitò ad alzarsi coloro che potevano dirsi estranei a questo sistema: solo verdi e radicali si alzarono.

Poco dopo anche lui ricevette il suo primo avviso di garanzia e, nel 1996, venne condannato in via definitiva a cinque anni e sei mesi per la vicenda ENI-SAI mentre vennero istituiti altri procedimenti a suo carico.

Contestato dalla folla con il lancio di monetine, il 30 aprile del ’93 davanti all’Hotel Raphael di Roma, Bettino Craxi non attese altre condanne definitive ma fuggì in Tunisia dove, ospite del Presidente Zine el-Abidine Ben Ali, passò il resto dei suoi giorni.

Morì latitante nella sua casa di Hammamet il 19 gennaio del 2000.

Oltre a Craxi vennero condannati Sergio Cusani a cinque anni e dieci mesi, Citaristi a tre anni, Forlani a due anni e quattro mesi, Paolo Cirino Pomicino a un anno e otto mesi, Bossi a sei mesi, Ugo La Malfa a venti giorni.

Non c’è dubbio che Craxi, forse a causa della sua strategia che puntava ad ammettere le responsabilità di tutta una classe politica per scagionarla nel suo insieme, fu una sorta di capro espiatorio: la scena del lancio di monetine di fronte all’Hotel Raphael è divenuta un po’ il simbolo di quegli anni.

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