sabato, luglio 21

2018, anno decisivo per il Venezuela? Intervista a un giovane attivista dell’opposizione venezuelana, Huber: 'Con elezioni trasparenti ho la certezza che l’opposizione vincerebbe'

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Cumanà – Il 30 luglio 2017 Ricardo Campos, dirigente giovanile del partito di opposizione venezuelano Acción Democrática (AD), viene ammazzato con un colpo di pistola alla testa sparato da un poliziotto mentre esce dalla sua casa di Cumaná, Stato di Sucre. Come da quattro mesi a questa parte era diretto alle proteste in corso in tutto il Paese, contro l’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) convocata dal presidente Nicolás Maduro.

Huber Colina, attivista del partito di opposizione Voluntad Popular e leader del movimento studentesco della Universidad de Oriente, viene a sapere dell’uccisione del suo compagno di lotta politica da un tweet del deputado e leader di AD, Henry Ramos Allup, in cui accusava senza mezze parole il regime di Maduro dell’assassinio. “Fu uno shock per tutti noi. Il giorno stesso in cui Ricardo venne ucciso si svolsero le elezioni per l’ANC cui per protesta l’opposizione non presentò candidati. Il Consiglio Elettorale dichiarò otto milioni di voti, ma fu una frode, secondo i nostri calcoli non andarono al voto più di due milioni. Il giorno seguente al funerale di Ricardo ci guardammo negli occhi: ‘E adesso?’. Le proteste, che duravano da quattro mesi, terminarono quella domenica”. Con un bilancio stimato di più di 100 morti negli scontri con gli agenti in tutto il Paese, 1.500 feriti e oltre 500 arrestati.

 

Opposizione in difficoltà, popolo rassegnato

Cumanà, nel nord-est venezuelano, fu la prima città fondata dagli spagnoli sul continente americano nel 1515. 502 anni dopo è una delle città più povere del Venezuela e una dove il chavismo fa più proseliti: “Chavismo e povertà sono sempre fortemente relazionati” afferma Huber. “La situazione è peggiorata da quando, a partire dal 2012, le due imprese private che davano lavoro qui a Cumanà – Toyota e Monaca – diminuirono la produzione per mancanza di materia prima per non avere l’accesso ai dollari per importarla”.

Huber è la prima persona attiva politicamente che conosco dal mio arrivo in Venezuela, circa un mese fa. È vero, ho ascoltato tanta gente lamentarsi della situazione attuale e del Governo e gli unici chavisti dichiarati che ho incontrato sono stati gli indigeni della comunità dell’Alto Carinagua nello stato di Amazonas, ma non ho mai assistito a manifestazioni pubbliche o conosciuto persone coinvolte a livello politico. Il popolo venezuelano è stanco, disilluso.

A inizio dicembre, poco dopo il mio ingresso nel Paese, si sono tenute le elezioni amministrative boicottate dalle opposizioni: il Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) di Maduro ha conquistato 300 delle 335 amministrazioni da rinnovare con un tasso di partecipazione del 47%. Il presidente ha colto l’occasione per annunciare che le formazioni di opposizione – Primero Justicia, Voluntad Popular e Accion Democrática – che non hanno partecipato alle elezioni e hanno chiamato al boicottaggio saranno escluse dalle elezioni presidenziali che si terranno quest’anno. Salvo estemporanee manifestazioni locali, non vi sono state grandi proteste nel Paese. Chiedo il perchè di questa rassegnazione generale a Huber. “Ci sono due ragioni principali: la prima è che il venezuelano generalmente non protesta in dicembre. Nonostante non ci sia granchè da celebrare è un mese festivo da dedicare alla famiglia. La seconda è che c’è un senso di impotenza, di disillusione nelle persone: dopo la sconfitta nelle elezioni parlamentari del 2015 Maduro ha optato per cambiare il modello di regime autoritario con elezioni competitive, imposto fino a quel momento, in un modello dittatoriale in cui il regime vince tutte le elezioni attraverso brogli e manipolazioni. La gente ha così perso la fiducia anche nella capacità dell’opposizione di generare un cambio politico nel Paese, a causa delle sue divisioni e ambiguità interne”.

Le divergenze all’interno della Mesa de la Unidad Democrática (MUD), coalizione di partiti dell’opposizione, sono diventate evidenti quando la maggior parte dei suoi partiti decisero di partecipare alle elezioni regionali dello scorso 15 ottobre, finendo così per dare legittimità ad un esecutivo che aveva giurato di non riconoscere. Non solo il PSUV risultò vincitore in 15 regioni su 23, ma 4 dei 5 governatori dell’opposizione eletti nelle regionali prestarono giuramento davanti all’Assemblea Costituente, che l’opposizione aveva dichiarato illegittima, rendendo palese la spaccatura interna alla MUD.

 

In piazza contro Maduro (e per il prosciutto)

Quello che non hanno fatto i risultati delle elezioni, quanto meno controverse, lo ha fatto un prosciutto. “Il giorno di Natale sono scoppiate proteste qui a Cumanà e in altre località dello stato di Sucre per la mancata consegna del pernil (cosciotto di maiale consumato in Venezuela in occasione del Natale, ndr) e bolsas navideñas con alimenti basici sussidiati dal governo, che Maduro aveva promesso di distribuire prima delle feste. 20 manifestanti sono stati arrestati dalla Guardia Nacional” racconta Huber. “Ecco cosa muove i venezuelani. La gente ha fame, e quando ha fame non pensa”. Anche lui è vittima della ‘dieta Maduro’, lo vedo dalle foto appese in salotto, un Huber sorridente con almeno una ventina di chili più. “Ho perso 18 chili dall’inizio delle proteste nel 2014” conferma Huber: “Non è solo la scarsità di alimenti, è il logoramento fisico e mentale che genera l’organizzazione logistica e economica e la partecipazione alle proteste. Non farti ingannare dall’apparente calma attuale: la gente è come tramortita dagli ultimi avvenimenti elettorali e inoltre siamo in periodo festivo. I venezuelani nel 2017 hanno riempito le strade a migliaia. In occasione delle elezioni della Costituente a luglio del 2017 siamo scesi in piazza per 4 mesi consecutivi, tutti i giorni. A settembre 2016 nella Gran Toma di Caracas eravamo 2 milioni a chiedere il referendum revocatorio per cacciare Maduro”. Vuole che lo veda con i miei occhi e mi mostra alcuni video delle proteste su YouTube. Le strade della capitale sono fiumi di gente che invoca unanime la fine della dittatura, mi viene la pelle d’oca a veder sfilare in uno dei video ragazzi che con scudi improvvisati si recano ‘al fronte’. Alcuni di loro non torneranno a casa.

 

Verso le elezioni presidenziali

Ho come l’impressione che 2018 sarà un anno decisivo per Venezuela. Il clima che si respira è teso, frustrato: l’inflazione è fuori controllo, mancano beni primari e se ci sono sono sproporzionatamente cari. Il CNE non ha ancora fissato la data delle elezioni presidenziali previste per dicembre, ma Maduro sembra volerle anticipare a marzo: “Si sente forte dei risultati elettorali del 2017, ma soprattutto deve approfittare del potere che detiene in questo momento sui 5 poteri dello Stato, li ha tutti comprati con il denaro proveniente dal contrabbando di valuta, diesel, oro alle frontiere con la complicità della Guardia Nazionale” afferma Huber. Gli chiedo qual è la strategia dell’opposizione per le elezioni governative: “Si dovrà individuare un leader nazionale all’interno del MUD tramite primarie. Leopoldo Lopez (VP), Henri Ramos Allup (AD) e di Primero Justicia (PJ) Enrique Capriles e Tomas Guanipa (governatore dello Stato di Zulia, eletto e rimosso dal governo per essersi rifiutato di prestare giuramento davanti all’ANC) sono i più papabili. Porremo condizioni alle elezioni: che si cambi la presidenza del CNE e la presenza di osservatori internazionali alle urne per evitare i brogli e gli abusi delle ultime tornate elettorali. L’esito di queste richieste dipende dalla pressione della gente sull’esecutivo, dalle proteste. A gennaio siamo pronti a scendere di nuovo in piazza. Con elezioni trasparenti ho la certezza che l’opposizione vincerebbe, come lo fece nelle elezioni parlamentari del 2015”.

 

Un anno decisivo per il futuro del Paese

Domando a Huber cosa si aspetta dal prossimo futuro: “Sono fiducioso. Il Venezuela uscirà da questa situazione come la maggioranza dei Paesi che hanno sperimentato una dittatura simile ne sono usciti prima o dopo. Non sarà facile perché gli interessi in gioco sono tanti. Il Venezuela attualmente è il ponte di tutti i traffici verso Europa e Stati Uniti e i chavisti non hanno solo la presidenza, ma controllano tutto. Se perdono la presidenza, agenti radicali faranno tutto il possibile per rimanere al potere. Persone come Diosdado Cabello (il capo della forza militare, ndr) hanno denunce pendenti presso la Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. In quel momento la forza armata – e non dico il Ministero della Difesa, intendo l’esercito della forza armata nazionale – dovrà decidere da che parte stare”.

Di nuovo, nei 30 gradi di questo gennaio venezuelano, mi viene la pelle d’oca. Ma Huber già guarda al post Maduro: “Ci sarà un gran lavoro da fare. Questa crisi politica ha innescato non solo una crisi economica ma anche una crisi sociale. Questa è un’era in cui gli antivalori sono diventati premiabili. I pranes (sorta di capi mafiosi accettati come figura legale nella società venezuelana) sono gli eroi della società, fare traffici più o meno legali è diventato indispensabile per arrivare a fine mese, gli stessi poliziotti ti derubano. C’è un intera generazione che non ha altro riferimento che il chavismo. Noi siamo pronti a dimostrare che un’alternativa è possibile”.

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