venerdì, settembre 22

Brasile, caso Lula: dal cancro della corruzione non è immune nessuno

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Ieri, 12 Luglio, l’ex-Presidente brasiliano (2002-2010) e leader del Partito dei Lavoratori –Partido dos Trabalhadores (PT)- Luiz Inácio Lula da Silva, è stato condannato a 9 anni e mezzo di prigione dalla Corte Suprema per corruzione attiva e passiva, e per riciclaggio di denaro. La sentenza, emessa dal giudice, Sergio Moro, comporterebbe non solo l’uscita di Lula dal panorama politico nazionale, ma l’interdizione del leader pubblici uffici per ben 19 anni. La condanna non è in via definitiva, bisogna infatti attendere una seconda sentenza d’appello per sapere se l’imputato risulta essere colpevole, e quindi fuori dai giochi per le prossime presidenziali di Ottobre oppure no. La decisione spetta al Tribunale Federale della Quarta Regione di Porto Alegre. Il futuro di Lula, e del Brasile, sembra quindi risiedere nelle mani dei tre giudici del Tribunale, che avranno il compito di studiare ed analizzare la seconda sentenza di Lula. C’è però da sottolineare che il Tribunale in questione è solito impiegare dai 12 ai 24 mesi per pronunciarsi. Questo vuol dire che, se il lavoro dei giudi richiederà più di un anno, Luiz Inácio Lula da Silva avrà la possibilità di concorrere alle presidenziali previste nel 2018.  

L’accusa rientra nel caso Lava Jeto – o ‘Car Wash‘ -, un’operazione di investigazione portata avanti dalla Polizia Federale brasiliana e resa pubblica nel Marzo 2014, il cui obiettivo era quello di ‘risanare’ il Paese dalla corruzione, una sorta di Mani Pulite brasiliana. L’operazione Lava Jato- o in portoghese: ‘Operação Lava Jato’ – rappresenta la più grande e importante investigazione nella storia del Paese contro la corruzione, e il suo obiettivo è quello di individuare determinati flussi di denaro sospetto, pari a 10.000 milioni di reales brasiliani- 2,7 milioni di euro. L’operazione ha comportato il coinvolgimento non solo di importanti compagnie nazionali, come la Petrobas e la Odebrecht, ma anche di numerosi politici brasiliani, tra cui Eduardo Cunha, ex-presidente del Parlamento brasiliano. Quest’ultimo è stato, infatti, condannato nel Marzo 2017 a 15 anni di carcere per riciclaggio e corruzione.  Proprio all’interno di questa importante operazione anti-corruzione rientra la condanna emessa ieri nei confronti dell’ex-premier brasiliano.  

Il giudice responsabile, Sergio Moro, lo ha accusato di aver ricevuto ed accettato delle tangenti da un’impresa edile brasiliana – Grupo OAS – pari a 3, 7 milioni di reales brasiliani (1,1 milione di euro), in cambio di contratti pubblici lucrativi per la stessa compagnia, i quali la riconoscevano come parte integrante nella costruzione di raffinerie di petrolio da parte della Petrobras- il gigante petrolifero controllato dallo Stato. Sembra, poi, che tra i privilegi riservati al leader del Partito dei Lavoratori ci sia anche un lussuoso appartamento di tre piani di 215 metri quadri situato nella spiaggia di Guarujà (Sao Paolo), il quale è stato ristrutturato e aggiornato dalla OAS in segno di riconoscimento per i favori ottenuti da Lula all’interno della trama corrotta della Petrobras.  

Gli avvocati della difesa insistono nel proclamare il loro cliente innocente, accusando il giudice Moro, e la Corte, di non aver preso in considerazione le prove che testimoniavano la sua innocenza. Infatti, i due avvocati fautori dell’innocenza di Lula, in un comunicato stampa subito dopo l’udienza, hanno puntato il dito contro Moro, accusandolo di ‘disprezzare’ le prove dell’innocenza di Lula, e hanno poi preannunciato la loro intenzione di coinvolgere le Nazioni Unite. Sostengono, inoltre, che dietro la condanna dell’imputato si nasconda un interesse politico strategico, che mira a screditare ed eliminare Ignacio Lula dalla concorrenza per le prossime presidenziali previste per il 2018.  

Ignacio Lula, ex-sindacalista ed ex- Presidente del Brasile per ben due mandati, è il personaggio politico più carismatico e popolare nella storia democratica del Paese. Durante la sua presidenza, il Paese ha vissuto un’importante crescita economica, accompagnata da efficienti riforme sociali e durante i sui due mandati ben 10 milioni di brasiliani sono usciti dalla povertà. Nel presentarsi alle prossime presidenziali, infatti, Lula aveva proposto una ripresa in termini democratici, sottolineando come la democrazia fosse essenziale per la ripresa del Paese. Ma la decisione di Moro sembra aver rovinato non solo i piani del leader del PT, ma anche le aspettative di molti brasiliani.

La condanna di Lula comporta, infatti, per il Brasile delle conseguenze socio-politiche da non sottovalutare. Il Partito dei Lavoratori sembra, infatti, non disporre di un’alternativa politica capace di sostituire una figura come quella di Lula. I dati riportati da alcuni sondaggi dimostrano che Lula sia il favorito delle masse per le prossime presidenziali. La sua uscita dal panorama politico brasiliano lascerebbe il via libera al secondo favorito, sempre secondo i sondaggi, ovvero Jair Bolsonaro, politico e militare brasiliano pre-candidato alla presidenza della repubblica nelle elezioni presidenziali del 2018. La sua campagna e figura di politico razzista e sessista hanno portato i media ad assegnargli la nomina ‘IlTrump del Brasile’.  

La condanna di Lula ha, inoltre, comportato una polarizzazione dell’elettorato. La popolazione si trova, infatti, spaccata in due, da una parte i brasiliani che prendono le difese di Lula, riconoscendolo come innocente e vittima di piani politici, mentre una parte della popolazione accusa Lula, e crede che, con la condanna di Lula, finalmente la giustizia è stata applicata anche nei confronti della classe politica. Le manifestazioni in seguito alla sentenza del leader politico dimostrano questa netta divisione sociale. Al termine dell’udienza, infatti, fuori dal Tribunale vi erano da un lato manifestanti che protestavano in difesa di Luiz Inácio Lula da Silva, mentre dall’altro si trovavano manifestanti che approvavano quanto stabilito dall’udienza, lanciando slogan ed insulti contro Lula, chiamandolo ‘Ladron’, ladro.

Ciò non toglie però, che se la giustizia deve essere uguale per tutti, deve essere applicata a tutta la classe politica, e non solo nei confronti dell’ex-Presidente Ignacio Lula. Fin quando il metro di giudizio adottato dal Giudice Moro nei confronti di Lula risulterà essere stato applicato nei confronti di un solo politico non si potrà sostenere che il Paese abbia intrapreso un percorso di giustizia nella lotta contro la corruzione. Anche se le prove d’accusa sono state ben identificate dalla Corte Suprema brasiliana, sembra difficile da stabilire con piena certezza se la condanna di Lula sia davvero un percorso del Paese verso la giustizia e l’equità, o se sia solo un fuoco di paglia, dietro il quale si nasconte un mero interesse strategico politico di chi, come al solito, muove i fili di un burattino, in questo caso la politica del Paese. Non ci sono, infatti, prove evidenti che svelano l’interesse politico strategico di eliminare Lula dallo scenario politico brasiliano, ma non vi è nemmeno prova del contrario.  

In conclusione, ad oggi, il Brasile sembra essere in una totale situazione di stallo e di incertezza politica. Il Paese si trova a dover lottare contro una classe politica corrotta, e le esigenze dei cittadini vengono come al solito chiuse in un dimenticatoio. A tal proposito è doveroso sottolineare che solo due giorni fa, l’11 Luglio, il Senato brasiliano ha approvato la tanto discussa – e fonte di manifestazioni popolari – riforma del Lavoro, con 50 voti a favore e 26 contro. Che la riforma sia stata approvata in concomitanza con la condanna di Lula può essere una coincidenza, o forse no. Distrarre l’attenzione delle masse per far passare in secondo piano una riforma tanto contestata potrebbe essere un’ipotesi da non escludere a priori. Le riforma prevede una facilitazione dei procedimenti burocratici nell’assunzione o licenziamento dei lavoratori, e rende difficile per un lavoratore denunciare le imprese, facilitando poi l’assunzione di posti di lavoro strutturali autonomi ed eliminando i tributi obbligatori previsti per i sindacati. Oltre ciò, il morbo chiamato ‘corruzione’ sembra aver intaccato lo stesso attuale Presidente brasiliano, Michel Temer. Il procuratore Rodrigo Janat ha, infatti, presentato una denuncia contro Temer, e lo accusa di aver ricevuto delle tangenti. Prima che il Presidente arrivi sotto giudizio del Congresso devono essere attuati tutta una serie di scrutini, che, suo malgrado, sono già in atto.  

Il risultato non è altro che un’estrema difficoltà da parte della popolazione nel percepire il giusto, o il vero, e di conseguenza una totale mancanza di fiducia nella classe politica brasiliana, il tutto condito da un inevitabile malcontento per la scarsa tutela dei diritti dei lavoratori brasiliani- dello stato di diritto- in poche parole, la democrazia in Brasile sembra quasi essere in pericolo.

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